LE INIZIATIVE - A.N.P.I. - Savona
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RESISTENZA, COSTITUZIONE & SOLIDARIETA'

domenica 5 Settembre a MONTEGRANDE


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domenica 5 Settembre a MONTEGRANDE

 

 

La battaglia di Monte Grande  del 4-5 settembre 1944.

 

Sul finire dell’estate 1944 le forze tedesche e fasciste avevano accerchiato le formazioni partigiane riparate nella zona del bosco di Rezzo.

Caposaldo dell’operazione erano le postazioni della cima di Monte Grande in grado di battere con il loro fuoco un vasto raggio di territorio delle valli circostanti.

Per uscire dall’accerchiamento l’azione partigiana prese le mosse da San Bernardo di Conio e dal soprastante Monte Aurigo, da dove si diressero i tiri di due preziosi mortai da 81 mm. che iniziarono a martellare le posizioni tedesche.

Quindi il distaccamento d’assalto “Garbagnati” composto da 17 uomini guidati da “Mancen” e “Stalin” si portò sotto le pendici di Monte Grande e a sorpresa diede l’assalto con lancio di bombe a mano e raffiche di armi automatiche leggere, avendo la meglio nonostante la superiore potenza militare tedesca.

Così l’accerchiamento delle formazioni partigiane fu rotto e si aprì una via di scampo.

Ogni anno a S. Bernardo di Conio la domenica più prossima al 5 settembre, si celebra il ricordo di questa ardita vittoria partigiana.

Savona, 2 Agosto 2010.

 

Come ogni anno, in occasione della celebrazione del ricordo della battaglia di Montegrande, che quest’anno si terrà: 

DOMENICA 5 SETTEMBRE, l’ANPI di Savona organizza la partecipazione di chi vuole essere presente. 

Quota di partecipazione, comprensiva di viaggio in pullman e pranzo Euro 30,00.

(Per chi volesse usufruire solo del trasporto in pullman, Euro 15,00)

Prenotazioni, entro e non oltre il 14 Agosto  ai numeri telefonici: fisso 019821855 (lasciare messaggio in segreteria telefonica), mobile 3495506184, o all’indirizzo mail: anpisavona@alice.it .

Orario di partenza da Savona: ore 7,15 da Piazza del Popolo (lato ex pesa pubblica); gli orari di eventuali fermate lungo il percorso saranno stabiliti, e comunicati, in base alle prenotazioni.

 


 

Emergency

 Emergency riapre l'ospedale di Lashkar-gah

Oggi, giovedì 29 luglio, il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah ha riaperto i battenti.

Un team composto da un chirurgo, due infermieri e un logista internazionali e da 140 afgani, tra personale medico, amministrativo e ausiliario ha ripreso possesso della struttura, ancora sigillata dopo la chiusura avvenuta lo scorso 10 aprile.

Sulla decisione hanno influito le continue sollecitazioni della società civile afgana. Da quando il Centro di Emergency a Lashkar-gah era stato chiuso, la popolazione locale aveva perso un luogo di cura fondamentale: l'ospedale era infatti l'unica struttura in grado di offrire assistenza chirurgica gratuita e di elevata qualità in tutta la provincia di Helmand.

Emergency festeggerà la riapertura dell'ospedale al concerto che Patti Smith le ha voluto dedicare, domenica 1 agosto, in Piazza San Marco a Venezia.

Per saperne di più, visita www.emergency.it e guarda la fotogallery della riapertura del Centro di Emergency a Lashkar-gah.

MANIFESTAZIONE PARTIGIANA - Domenica 1 Agosto 2010

 




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"AFFINCHE' I GIOVANI SAPPIANO"

 Domenica 11 Luglio  


CAMULERA - Borgo di Riofreddo


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FASCE - Calice Ligure


1960 - 2010
Si segnala il documentario trasmesso da "RAI 3"  il 22giu2010

   
 

                                       di
                          Mimmo Calopresti

 

 
 

                                  1960 - I RIBELLI


GENOVA 30giu2010

  

Da la Repubblica 1lug2010

 

Il 30 giugno della pace in diecimila a De Ferrari

di: WANDA VALLI

 

Ridono quelli che sono arrivati a ricordare il 30 giugno. Panini può completare il suo discorso, tra gli applausi, può ricordare che domani 2 luglio in Liguria ci sarà lo sciopero generale contro l'Italia di oggi che soffre "della crisi e di democrazia sotto attacco».

De Ferrari è un'altra piazza rispetto allo stesso giorno di cinquant'anni fa. Sulla fontana non ci sono le magliette a strisce, ma gente che vuole vedere meglio il palco allestito davanti al palazzo della Regione. La polizia non si vede, la città non è in stato d’assedio, i centri sociali, con il loro corteo alternativo, protestano con i fumogeni in via San Vincenzo, davanti alla sede di Confindustria, con qualche tafferuglio, ma nel corteo non arriva nulla.

L'appuntamento è in piazza della Vittoria, là dove il 28 giugno 1960, Sandro Pertini tenne il discorso del bricchettu, del fiammifero, e sarà proprio lui, il presidente del popolo, l'icona di questa giornata. I socialisti hanno portato fin qui, la bandiera che Pertini aveva a fianco, in quella giornata, e si ritrovano in piazza con il loro segretario nazionale, Riccardo Nencini, con altre bandiere rosse con scritto "Partito socialista" .

E' il giorno dell'orgoglio per loro, è il rosso il colore dominante. Rosso fuoco per le magliette della Fiom, del servizio d'ordine della Cgil, degli striscioni, della maglietta con il Che che uno si è messo addosso. Lo striscione che segna a metà il corteo, invece, è un lenzuolo bianco con scritto su, ancora in rosso, "Oggi come allora per la difesa della democrazia e della Costituzione".

C'è l'arcobaleno delle bandiere dell' Arci, due vigili si fanno fotografare sotto il gonfalone del loro comune, si. rivedono ex gruppettari degli Anni Settanta, soprattutto si rivedono i giovani. Lo nota, per primo, Silvio Ferrari, che di giovani da prof. ne ha conosciuti tanti. Toccherà a loro, come fecero le magliette a strisce nel 1960, come disse Paride Batini «costruire il futuro».

E' la speranza nel giorno della memoria.

In testa la banda della Filarmonica. sestrese sottolinea che è una festa di popolo, come il 30 giugno 1960 fu, ripeterà il sindaco Marta Vincenzi, «una rivolta di popolo contro il fascismo messo al bando dalla Costituzione».

La banda suona, il corteo si avvia, si riempie, diventa un mix di facce note, moltissimi i politici, i rappresentanti delle istituzioni, e poi i genovesi. Sergio Cofferati in camicia, ribadisce: «È un giorno che ricorda il punto più alto delle iniziative a difesa della Costituzione», Walter Fabiocchi, segretario della Camera del Lavoro, si tiene la giacca sulla spalla e marcia con gli altri, il presidente della Regione, Claudio Burlando, viene fermato da una coppia, marito e moglie, un po' affannata, «presidente, veniamo da Ospedaletti, ci siamo fatti sei ore di treno per arrivare fin qui», spiegano. Ha un berrettino rosso della Cgil, don Andrea Gallo.Lui, il 30 giugno del 1960 c'era:

«Ero sacerdote da un anno e sono andato a De Ferrari, dopo mi hanno anche ripreso, ma come potevo stare a casa? mio fratello era un capo partigiano. In quella piazza c' era la coscienza di popolo, adesso c'è la coscienza che dobbiamo difendere ancora i nostri valori».

Al sacrario dei Caduti, al Ponte Monumentale, viene deposta una corona di alloro, la tromba suona il silenzio, si commuove Fulvio Cerofolini, presidente provinciale dell' Anpi, si riprende il cammino cantando ancora "Bella ciao" .

Il Popolo viola è guidato da Giuliano Giuliani, i giovani dei centri sociali, dopo la deviazione e i fumogeni, arriveranno in piazza De Ferrari, alle spalle della manifestazione, a cantare "Bandiera rossa" con i pugni alzati. Indossano magliette con scritto "Fuori i fascisti da Genova, 30 giugno 1960, 30 giugno 2010", alla fine di tutto, interrompono la musica dei Cisco per dire «che la Finanza, in via San Vincenzo li ha inseguiti coni manganelli", e gli uomini del servizio d'ordine della Fiom partono subito per verificare. Comunque sia, non hanno rovinato la manifestazione.

Sul palco c'è il presidente della Regione e quello della Provincia, Alessandro Repetto, oltre a Fabiocchi e alla gente della Cgil.

Il sindaco Marta Vincenzi, legge parti del discorso che Sandro Pertini tenne in piazza della Vittoria, ricorda, tra gli applausi, i martiri della Benedicta, dell'Olivetta. Aggiunge Marta Vincenzi, «siamo in una piazza compatta, combattiva, serena, qui c'è il cuore di Genova, come allora ci fu la determinazione nell'impedire un'apologia di reato, il risorgere del fascismo, vietato dalla Costituzione». Poi la risposta a chi voleva contro convegni:

«Questi tristi epigoni non possono mettere in discussione la forza di una città, la difesa della Costituzione».

Enrico Panini aggiungerà: «Siamo qui per testimoniare il nostro commosso grazie a eroi della democrazia». E allora sì che lo applaudono.

Paolo Rossi, il comico, non si vede e manda un messaggio, alle sette e mezzo di sera è tempo di musica.

 

 

QUEGLI SCATTI DI BERGOMI 50 ANNI DOPO

 

Giorgio Bergami, titolare di Publifoto, il 30 giugno 1960 era in piazza a scattar foto, come per le proteste dei portuali, per gli altri scioperi che aveva segnato un decennio difficile. Aveva in tasca la tessera di fotoreporter del Lavoro diretto da Sandro Pertini, sapeva che sarebbe stato "un giorno caldo". Quando, verso le cinque e mezzo del pomeriggio, incominciano i caroselli intorno à piazza De Ferrari, gli scontri tra manifestanti e gli uomini della "Celere" di Padova e non solo, lui è lì che scatta e cerca di evitare lacrimogeni e il resto. Racconta adesso: «Eravamo in tre e tutti in posti diversi, per riuscire a riprendere quello che stava accadendo. Quello che è successo lo sanno tutti, il corteo, i tafferugli, la camionetta della Celere che parte improvvisamente per la prima carica». Sono momenti drammatici, Bergami scatta, riprende la vasca della fontana, i manifestanti arrampicati sopra, riprende il fumo dei lacrimogeni, poi corre giù lungo i vicoli dove la polizia è fermata dalla gente, che rovescia dalle finestre acqua calda o tira vasi per far scappare le magliette a strisce.

Giorgio Bergami scatta e corre in agenzia a stampare. Anzi, a cercare di salvare tutto il materiale.

Spiega: «Qualche giorno dopo, la polizia pensa di riuscire a identificare chi aveva protestato dalle fotografie, così sequestra tutto il materiale, con regolare mandato della magistratura. Ci salvammo solo noi di Publifoto e l'agenzia Daalmer). Come mai? «Eravamo stati avvertiti da Publifoto Milano, quando sono arrivati gli agenti abbiamo consegnato solo gli scatti presi da lontano, scene di folla. I Dalmer, invece, due fratelli ex partigiani che lavoravano per l'Unità, avevano salvato i rullini legandoli con uno spago al ferma persiana della finestra». Le foto sequestrate la Publifoto non le rivedrà mai più, nessuno le restituisce, nonostante le promesse ufficiali. Lo stesso capita agli altri e quando, anni dopo, Bergami rileva l'archivio dei fratelli Dalmer, di fatto si ritrova con un valore: la testimonianza dal vivo di quello che era successo in piazza, mentre le foto sequestrate verranno poi usate ai processi per incriminare i manifestanti.

Adesso quegli scatti sono i protagonisti della mostra fotografica al Loggiato del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale fino al7luglio.

(w. v.)

 

 

 

 

 

 

Ricci, l'eredità del Grande Vecchio

"Salvate voi la nostra democrazia"

di: RAFFAELE NIRI

 

Con i reduci che si rimettono la maglietta stracciata di allora, e le righe orizzontali adesso trattengono a fatica la pancia. Ma, dentro, il cuore è intonso. E' il giorno della continuità e delle analogie, e lo capiscono tutti, sulla propria pelle: continuità dalla Resistenza al 30 giugno '60, continuità dal 30 giugno a Guido Rossa, analogie impressionanti perché «oggi come allora -  sottolinea lo studioso Paolo Arvati, dipanando il filo della memoria collettiva – la legittimità di una maggioranza parlamentare viene esercitata per costruire un progetto autoritario contro la legalità costituzionale. Oggi come allora, quindi, opporsi al progetto di una democrazia autoritaria significa ritrovarsi sul terreno della difesa della legalità costituzionale».

Sono in tanti, al Salone del Maggior Consiglio, a raccontare il loro 30 giugno di mezzo secolo fa, ma sono ancora di più quelli venuti a presidiare questo crocicchio tra storia e cronaca: Salone pieno, tantissima gente in piedi e tantissima che resta fuori. Walter Fabiocchi della Cgil, Marta Vincenzi, Alessandro Repetto e Claudio Burlando mettono tutti i piedi nel piatto (e il presidente della Regione si prende un'ovazione quando ricorda che «da trent'anni pensiamo di vincere con le idee degli altri, è ora di saldare le nostre idee con il futuro, per vincere e cambiare»).

Ma è quando il vecchio Raimondo Ricci raggiunge - a fatica - il palco, che Genova vibra: lo interrompono per otto volte in diciannove minuti di tumultuoso discorso: quando ricorda che siamo governati da un iscritto alla P2 che prova a demolire la Costituzione, quando ribadisce che fu Umberto Terracini (il 2 giugno del '60, a Pannesi) a dare il via alla rivolta, quando urla - novantenne con forza da ventenne che «indietro non si torna». Parla della sua eredità: «Oggi in Italia c'è ancora qualcuno che chiama "eversore" quel popolo di Genova in rivolta. Conservate la forza per fare di questo Paese un Paese diverso, continuate l'impegno nostro di allora con la stessa forza».

Parlano in tanti, dopo Ricci e ognuno aggiunge una pennellata all'affresco.

Arvati inquadra quel boom economico da cui Genova era esclusa, racconta il vertice del Pci imbarazzato e la Cgil che si mobilita, ma dopo i morti di Reggio Emilia.

Enrico Beltrametti, Fernanda Contri, Moni Ovadia, Curzio Maltese e Fulvio Cerofolini aggiungono proposte su proposte: Ovadia pensa ad una veglia per la democrazia alla vigilia di ogni 25 aprile (<<Marx diceva che per lui felicità è lottare: lotta, felicità e democrazia vanno festeggiate insieme»), Maltese collega il bavaglio alla stampa alla lotta per la democrazia. Come già con Walter Fabiocchi all'inizio, è la Cgil a dare il senso della giornata. «La Costituzione è come un albero, radicato nella terra in cui nasce e cresce - è scritto nell' appello del sindacato - Si può potarlo o innestarlo, ma non sai può sradicarlo dalla sua terra senza farlo morire». Ed è Enrico Panini, uno dei dirigenti di punta del sindacato, a spiegare, molto semplicemente, che dopo il 30 giugno c'è subito il 2 luglio.

"Genova libera non dimentica". Lo sciopero generale di domani - contro la manovra del governo - è in perfetta continuità con le magliette a strisce di ieri. E ieri l'altro.

C.G.I.L. Savona

TUTTO SULLE NOSTRE SPALLE ?

  

-

NO

 

 

C.G.I.L. - S C I O P E R O . G E N E R A L E . A . S A V O N A

 IL GOVERNO HA VARATO UNA MANOVRA INGIUSTA,

INIQUA E CON SCELTE CHE DEPRIMONO

ANCORA DI PIU' L'ECONOMIA.

 

LA CGIL RITIENE CHE LE PRIORITA'

E GLI OBIETTIVI DI UN INTERVENTO ECONOMICO,

IN PARTICOLARE, DEBBANO ESSERE:

  • avviare la riforma fiscale, abbassando la tassazione sul redditi da lavoro dipendente e sulle pensioni, e sostenere lo lotta all'evasione fiscale
  • tassare rendite e grandi pa1rimoni
  • definire una nuova politica industriale, del terziario e del servizi
  • varare un "Piano per il lavoro" a favore, in particolare, dei giovani e delle donne incentivando le assunzioni a tempo indeterminato e cancellando le tante precarietà presenti nel settori pubblici e privati
  • intervenire sugli sprechi e riformare il settore della conoscenza. in particolare è urgente avviare un plano formativo che investa nella scuola e nell'università
  • rendere flessibile" patto di stabilità per i Comuni virtuosi per avviare i cantieri, in particolare quelli sulle piccole opere

 

NO ALLA MANOVRA DEL GOVERNO

 

Da tempo sarebbe stato necessario favorire lo crescita, varare un "Piano per il Lavoro", chiedere a tutti di contribuire o partire dai redditi più alti, grandi patrimoni ed imprese.

Il governo ha scelto di colpire solo i lavoratori e le lavoratrici, pubblici e privati, i precari, le

pensionate ed i pensionati, infatti, con lo manovra:

  • blocca i contratti pubblici, anche quelli già rinnovati, e gli scatti di anzianità nella scuola
  • taglia i trasferimenti alle Regioni ed ai Comuni: meno risorse per lo sviluppo, meno prestazioni e servizi sociali, più costi per anziani, pensionati e fasce deboli
  • ferma per un anno la pensione per tutti i lavoratori e le lavoratrici e riduce lo salvaguardia per coloro che sono in mobilità
  • chiude il 40% degli Enti di ricerca
  • congela il turnover e licenzia lo metà dei precari in tuffa la Pubblica Amministrazione.
  • blocca lo contrattazione di II livello e decide net 2012 il pensionamento a 65 anni delle lavoratrici pubbliche.

 

La CGIl ribadisce Il suo fermo NO al "Collegato lavoro" che attacca i diritti di quanti lavorano e che non accoglie neanche le osservazioni del Presidente della Repubblica.

 

da LA STAMPA.it 21 mag 2010

20 maggio 1970: è legge lo Statuto dei lavoratori. 
La gestazione era durata anni. La prima idea fu di Di Vittorio. Lo varò il ministro Donat-Cattin, segnò uno spartiacque storico

di Alberto PAPUZZI

 


 

 Quando in data 20 maggio 1970 entra in vigore la legge chiamata Statuto dei lavoratori siamo nella fase forse più cruenta della vita italiana dopo fascismo e guerra: sono trascorsi solo cinque mesi dalla bomba di piazza Fontana e non più di un anno dalla rivolta degli operai veneti a Valdagno. A Torino grandi scioperi martellano le officine Fiat. Mentre nel paese è ancora vivo il ricordo degli eccidi di Avola in Sicilia e di Battipaglia nel Salernitano, dove la polizia aveva sparato sui braccianti in sciopero, con un bilancio di quattro morti e oltre duecento feriti. La nuova legge è anche una risposta a questi drammi. In realtà era un progetto che veniva da molto lontano: Giuseppe Di Vittorio, da Cerignola, il celebre leader della Cgil, aveva invocato nuove norme a protezione del lavoro fin dall’inizio degli anni cinquanta. Ma bisogna aspettare che la società italiana cambi identità, da paese agricolo a realtà industriale, e che inurbamento e migrazioni facciano crescere nelle officine una nuova forza lavoro, che rivendica nuove libertà e diritti.


La legge ha un titolo piuttosto burocratico: «Norme sulla tutela e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento». Cgil, Cisl e Uil, dette «La Triplice», la considerarono una loro storica vittoria, la maggioranza silenziosa la subì quasi come un oltraggio. In verità la legge ebbe tre padri: nell’iniziativa politica Giacomo Brodolini, socialista, ex sindacalista, ministro del lavoro nel primo governo Rumor (1968); nei contenuti giuridici Gino Giugni, anch’egli socialista, espressione della società civile, presidente della commissione che formulò le norme; sul piano dei risultati concreti Carlo Donat-Cattin, democristiano di sinistra, ministro del lavoro che portò prima il Senato poi la Camera a approvare la legge (con l’astensione dei comunisti). Quasi romanzesca la vicenda di Brodolini che fece della legge una sua personale strenua battaglia. Malato di cancro, ottenne l’ approvazione del consiglio dei ministri nel giugno 1969, morendo pochi giorni più tardi a Zurigo.

Lo Statuto dei lavoratori è stato uno spartiacque fra due diverse condizioni e immagini del lavoro. Non riguardava soltanto gli operai ma furono soprattutto essi a trarne benefici. Prima della legge, erano schiacciati da una mole di regole, potevano essere spiati e sorvegliati, subivano la disciplina del cottimo, subivano licenziamenti collettivi, mentre le nuove norme attenuavano i vincoli del fordismo, garantivano il diritto alla libertà d’opinione, prevedevano partecipazione sindacale nelle assemblee, difendevano il salario unico, abolivano le gabbie salariali, modificavano i meccanismi di inserimento al lavoro, esigevano la giusta causa per i licenziamenti, proteggevano le condizioni delle donne lavoratrici. 

Era la più profonda innovazione fra capitale e lavoro, dai tempi del passaggio delle otto ore. Confindustria era ostile (all’inizio). I datori di lavoro più conservatori erano per un boicottaggio. Inoltre si temeva una svolta di destra, per cui Donat-Cattin e il socialista De Martino spinsero per approvare la legge in fretta. Perciò non era tutto oro quel che luccicava, lo stesso Brodolini confidò a Giugni: «Fa in modo che lo Statuto dei lavoratori non diventi lo Statuto dei lavativi». Ma alla fine il provvedimento entrò nel costume, come parte della modernizzazione promessa dal centrosinistra: non è un caso che il 1° dicembre di quello stesso 1970 divenisse legge anche il divorzio. Sulla scena d’Europa si affacciava un’altra Italia.

 

1° MAGGIO 2010 a Portella della Ginestra


Intervento del Presidente Nazionale ANPI alla manifestazione organizzata con la CGIL il 1° maggio 2010 a Portella della Ginestra 

 Care compagne e cari compagni dell’ANPI, della CGIL e delle associazioni che sono qui presenti e che hanno contribuito ad organizzare questa importante giornata di commemorazione e di comunione tra ideali e valori fondamentali per la nostra repubblica, desidero innanzitutto esprimere la mia felicità poiché per la prima volta, accanto alla rievocazione di questa realtà drammatica, viene contemporaneamente rievocato il significato generale della Lotta di Liberazione nazionale contro i totalitarismi fascista e nazista. Idealmente si fondono dunque, le une con le altre, le lotte contadine e la mobilitazione nel centro/nord (in particolare del triangolo industriale Milano-Torino-Genova) degli operai delle fabbriche.

  

Voglio inoltre ricordare l’impegno, le sofferenze e il sacrificio di migliaia di siciliani che hanno partecipato, a partire dall’8 settembre 1943, alla resistenza nel nord del Paese e hanno quindi contribuito alla fondazione del nostro Stato democratico. Se, da un lato, non si può parlare di Lotta di Liberazione partigiana nelle regioni meridionali d’Italia – poiché questa parte del Paese è stata liberata unicamente dalle forze alleate –, è invece doveroso tenere presente che la Resistenza nel nord dell’Italia ha ricevuto un contributo enorme dagli uomini che, dal Sud, sono giunti o si sono trovati a combattere il nazifascismo nel Centro-Nord.

 

Vorrei allora soffermarmi sulla specificità della Resistenza italiana, che è stata l’ultima in Europa per il semplice fatto che nel corso dei quasi sei anni di guerra che vanno dal settembre del 1939 all’8 maggio del 1945 l’Italia è stata per quattro anni, fino all’8 settembre 1943, a fianco della Germania nazista e soltanto negli ultimi venti mesi, dopo la crisi del regime fascista del 25 luglio e l’armistizio dell’8 settembre 1943, si schierò nel campo antinazista e antifascista. Proprio per il fatto che l’Italia era stata il Paese in cui il fascismo era nato e si era consolidato come moderno totalitarismo – il quale non solo aveva ispirato il nazionalsocialismo ma ne aveva pienamente condiviso il progetto, la vocazione bellica e le sorti – la Resistenza italiana ha avuto caratteri e complessità del tutto peculiari, nella misura in cui essa ha costituito non tanto, come negli altri Paesi d’Europa, la continuazione di una guerra provvisoriamente perduta, quanto la rivolta di un Paese contro il proprio passato, con l’obiettivo non soltanto della liberazione ma della costruzione, in prospettiva, di una nuova identità istituzionale e politica. Ed è in vista di questo grande obiettivo che le forze politiche antifasciste, dai liberali ai socialisti, ai comunisti, agli azionisti, ai democratici-cristiani, ai repubblicani e persino ai monarchici, seppero unire il loro impegno nei Comitati di Liberazione Nazionale (CLN). Quando all’interno di questa coalizione antifascista si manifestò un contrasto relativo alla natura monarchica o repubblicana che la nuova nazione italiana avrebbe dovuto assumere a guerra finita, fu saggiamente deciso di accantonare questo fondamentale problema nel corso della lotta antifascista che rappresentava un’indiscutibile priorità, rinviandone alla fine della guerra la soluzione.

 

Il 2 giugno ‘46 si effettuarono il referendum istituzionale e l’elezione dei membri della Costituente, l’organo che avrebbe dovuto disegnare la nuova Costituzione. Furono queste le due grandi vittorie politiche della Resistenza, poiché se la questione istituzionale si risolse in senso repubblicano, è profondo il legame che la Resistenza stessa intrattiene con la legge fondamentale del nostro sistema democratico. Ed è stata proprio l’unità di tutte le forze antifasciste ad aver garantito la fondazione di un sistema democratico incentrato sulla libertà, sul lavoro, sulla solidarietà, sull’uguaglianza, sul ripudio della guerra e sulla rinuncia a quote di sovranità per favorire pace e giustizia tra le nazioni.

È per tali ragioni che rimpossessarsi, soprattutto da parte delle generazioni più giovani, della nostra storia costituisce a mio avviso un impegno imprescindibile per il presente e il futuro della nostra comunità nazionale: per affrontare il presente bisogna innanzitutto conoscere e comprendere il passato.

 

Questo sistema democratico nato dalla Resistenza ha però subito gravi e drammatici tentativi di demolizione in varie fasi del travagliato dopoguerra. Rigurgito del fascismo (giugno ‘60); stagione delle stragi neofasciste, da Piazza Fontana al treno Italicus, alla strage della stazione di Bologna; i tentativi di colpo di Stato (piano Solo del generale De Lorenzo); tentativi di mutamento del sistema, declinato in varie forme, tra le quali quella della Loggia massonica P2. Grazie all’impegno delle forze sane del Paese è riuscito comunque a prevalere, fino ad ora, il sistema democratico fondato dalla resistenza che trova la sua tutela essenziale nelle istituzioni di garanzia (Presidente della repubblica, Corte costituzionale, Magistratura).

 
Vorrei ora richiamare la vostra attenzione sull’impegno dell’ANPI; impegno che deve essere condiviso e coadiuvato da tutte le forze sane della nostra collettività nazionale, a cominciare dalle forze del lavoro e della cultura. L’ANPI non può e non deve trasformarsi in un partito politico ma deve esercitare un ruolo di coscienza critica dei partiti, nel senso del rispetto della nostra Carta fondamentale. Questo ruolo si rende sempre più urgente, visto che ci troviamo oggi in presenza di iniziative ed attività di governo che segnalano una deriva dal perseguimento di quel bene comune e responsabile della nostra comunità nazionale che dovrebbe essere perseguito nelle forme e nei limiti della Costituzione vigente. Forme e limiti che, soprattutto in un momento grave e difficile come quello che a causa della crisi globale il mondo intero sta attraversando, si rendono particolarmente necessari.

 

Pensiamo alla questione del lavoro che vede il progredire di una drammatica crisi in vasti strati della popolazione italiana ed in particolare al Sud, dove i giovani alla ricerca di prima occupazione versano in condizioni disperate, del tutto privi di prospettive e speranze. Non possiamo non manifestare allarme per la tenuta del quadro sociale e la disgregazione di un tessuto occupazionale che dovrebbe rappresentare proprio il “fondamento” della nostra Repubblica. Nasce dunque spontanea una domanda: quale fiducia possono avere i lavoratori, quale speranza i giovani di fronte

all’assoluta assenza di un progetto sul presente e sul futuro?

 

Mi riferisco ad un progetto che oggi più che mai dovrebbe essere basato su un patto di solidarietà tra le generazioni e su una coesione sociale che proponga come obiettivo principale la difesa delle classi deboli e l’affermazione della giustizia sociale. Su questi aspetti è necessario un vero e proprio risveglio delle coscienze tale da rendere tutti i cittadini italiani, donne e uomini, anziani e giovani, consapevoli del degrado verso il quale sta andando la nostra collettività nazionale e quindi della necessità di recuperare quei valori di solidarietà e di coesione sociale, quella capacità di conoscere ed interpretare, al di là delle strumentazioni mediatiche alle quali questo governo di centro destra ricorre, l’essenza vera della profonda crisi che l’intera nazione sta vivendo.

 

Noi dell’ANPI siamo convinti che con la politica di questa destra che fa ormai da anni, in modo sempre più spregiudicato, del populismo il proprio strumento e dell’autoritarismo il proprio traguardo non sono possibili né auspicabili compromessi di alcun genere. Intendiamo invece rivolgerci alla coscienza critica di tutti gli Italiani affinché diano un contributo concreto alla creazione, alla maturazione, alla realizzazione di un’alternativa di governo. In questo impegno deve accompagnarci la concreta possibilità di un successo.

 

Il mondo della cultura e i maggiori esponenti dell’università e della ricerca deprecano la situazione in cui versa la politica in Italia e fanno spesso sentire la propria voce per denunciare i rischi di involuzione che ci minacciano. Il Presidente della Repubblica, che interpreta con assoluto rigore il  ruolo che la Costituzione gli attribuisce, è un punto di riferimento fondamentale nel porre argine allo stravolgimento della nostra democrazia, e tutto ciò costituisce motivo di fiducia. E’ quindi auspicabile che gli italiani avvertano l’esigenza di mobilitarsi per salvaguardare e concretizzare l’attuazione dei principi e dei valori della Costituzione, in continuità con le scelte storiche che determinarono la fondazione democratica dell’Italia. Tocca ora ai partiti di opposizione che incarnano diverse sensibilità e visioni politiche trovare le ragioni della propria unità come strumento indispensabile per salvare l’Italia e ricondurla sulla strada maestra del rispetto e dell’attuazione costituzionale.

 

Conoscenza e coerenza con la nostra storia, patriottismo della Costituzione, etica della politica, impegno per un’alternativa di governo, indispensabili per ritrovare la via del progresso democratico, rappresentano oggi i doveri per impedire che si disperda la preziosa eredità che ci hanno tramandato la lotta di liberazione nazionale e le lotte dei contadini siciliani nel dopoguerra.

 

Raimondo Ricci 

Intervento del V. Presidente Nazionale ANPI al Congresso della CGIL


Saluto di Armando Cossutta al Congresso nazionale della Cgil

(Rimini, maggio 2010)



 Sono lieto di recare a voi tutti, care compagne e cari compagni, il saluto caloroso dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ed il migliore augurio per il successo della vostra attività, che è fondamentale per la difesa dei lavoratori, per la difesa dei diritti costituzionali, per la democrazia.
Ho molto apprezzato la lucida analisi del compagno Epifani e la sua proposta per il futuro dell’Italia e per il ruolo della Cgil: un progetto chiaro e forte.

 

Il rapporto tra Cgil e Anpi si è fatto molto intenso, con una collaborazione proficua per iniziative congiuntamente promosse. Penso tra le ultime alla grande manifestazione contro il razzismo che si è svolta a Venezia; penso alla significativa manifestazione del 1° Maggio a Portella della Ginestra, per la prima volta organizzata da Cgil e Anpi insieme, ed a come insieme celebreremo il 2 Giugno a Milano la festa della Repubblica e della Costituzione.

Il valore morale di tali iniziative congiuntamente promosse da Cgil e Anpi è molto grande ed ha ricadute largamente positive: credo che la collaborazione fra grandi associazioni di rappresentanza è quanto mai utile, e soprattutto nell’attuale situazione così paurosamente segnata dalle tinte scure dell’intimidazione e dell’incertezza, per riaffermare la forza e la insostituibilità del nesso che lega dignità del lavoro, libertà personale e dovere di partecipazione alla vita collettiva del proprio Paese.
Liberare i diritti, difendere il lavoro è il vostro motto. Bene.

Bisogna restituire al lavoro, valore fondante della Repubblica, il suo ruolo e la sua dignità. C’è un contrasto stridente tra i principi costituzionali in tema di lavoro e la durissima realtà del nostro Paese, che registra una rilevante crescita della disoccupazione, mentre si aggravano le condizioni di precarietà e il numero dei morti sul lavoro rimane una tragica costante del sistema italiano. È un divario insopportabile che deve essere superato al più presto, investendo nel capitale umano e restituendo ai lavoratori, alle loro famiglie, sicurezza e dignità.

Liberare i diritti: insieme alla Cgil ed a tutte le forze democratiche abbiamo contribuito a celebrare solennemente l’anniversario del 25 Aprile, a partire dalla splendida partecipazione del Presidente della Repubblica, e una infinita molteplicità di manifestazioni in tutta Italia e per la prima volta in numerose città del Mezzogiorno. La spinta unitaria ha avuto momenti di alta sensibilità, che nessun gesto clamoroso, oggettivamente provocatorio, a Milano e a Roma, da parte di gruppi di sedicenti contestatori, protetti dalla tolleranza e dalla connivenza delle forze di polizia oltre che dalla colpevole ingenuità di certi nostri organizzatori, ha saputo guastare.

Il 25 Aprile è lo spartiacque della nostra storia contemporanea; da lì si dipanano i grandi mutamenti del secolo: 2 giugno 1946, dopo un solo anno, nasce la Repubblica; fine ’47, dopo due soli anni, nasce la Costituzione; la attuazione in così breve tempo di tali mutamenti - da monarchia a repubblica, da dittatura a democrazia - sta nella forza della loro ispirazione unitaria.
Già sotto la dittatura fascista era affiorato un processo unitario volto a cercare le condizioni culturali, morali, politiche della futura costruzione di un nuovo Stato. E nella Resistenza tale processo ha preso le ali, si è cementato , è venuto fieramente alla luce con la Liberazione del 25 aprile ‘45.

La Guerra di Liberazione non è stata guerra civile. Non ignoriamo gli episodi drammatici; non li giustifichiamo, e li condanniamo. Ma sia ben chiaro una volta per tutte che sono episodi; gravi ma episodi e che il sangue dei vinti non riuscirà mai ad oscurare l’epopea della Resistenza.
L’abbiamo fatta non soltanto noi partigiani combattenti, 400.000 combattenti nelle montagne e nelle città, ma tanti tanti altri: i 600.000 soldati italiani che in Germania rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò e furono internati nei campi di concentramento; i deportati nei campi di sterminio ebrei, comunisti, socialisti, cattolici, liberali, antifascisti, cittadini italiani; i soldati e gli ufficiali che a Cefalonia iniziarono eroicamente per primi, il 23 settembre del ’43, la resistenza contro i tedeschi, e furono tutti massacrati perché rifiutarono di consegnare le armi; e ci sono stati gli operai - unico Paese d’Europa – che osarono scioperare malgrado il feroce dominio nazista; e ci sono stati i contadini, gli intellettuali, le donne, i giovani, i giovanissimi: un popolo che ha visto concludersi vittoriosamente il 25 Aprile il più grande moto della nostra storia, dal Risorgimento alla Resistenza.

Fuori dalla storia e fuori dal consesso civile sono quegli sciagurati che oggi disprezzano e respingono l’unità nazionale, che rappresenta la forza morale, sociale e politica della Nazione italiana una e indivisibile.

L’Anpi vuole essere interprete di tanta storia; l’Anpi non è, e non sarà, un partito, ma vuole essere coscienza critica della politica italiana, ed in essa operare, agire, proporre.
Siamo autonomi, non ci appiattiamo sulle posizioni moderate di nessun partito, non ci lasciamo fagocitare dalle posizioni estremiste di nessun partito, noi ci rivolgiamo al Paese. L’interesse del Paese è il nostro supremo comandamento.

Abbiamo aperto le porte a quanti, non più partigiani, ma antifascisti fedeli agli ideali che furono dei partigiani, ai valori della Resistenza, ai principi della Costituzione. Le nostre file si ingrandiscono, i nostri sforzi si fanno valere, a noi guardano con speranza tanti che si sentono orfani dei loro partiti che non ci sono più o delusi o amareggiati dalla politica dei loro attuali partiti.
Voglio essere sincero, non sono ottimista, non riesco a vedere la luce in fondo al tunnel nel quale ci troviamo. Ma non disarmo, non disarmiamo. Noi resistiamo.

Spetta a noi tutti, lavoratrici, lavoratori, giovani, italiani democratici rischiarare il cammino del nostro popolo. E ci riusciremo.

Viva la Resistenza! Viva la Repubblica fondata sul lavoro! Viva l’Italia!