Discussione - A.N.P.I. - Savona
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la notizia e ... l'opinione di:

da LA STAMPA 3 Sett 2010




   

Scalfaro sferza anche la sinistra

 

"Costituzione in pericolo anche a causa della sua disattenzione"

 

LA STAMPA - 3 settembre 2010

MAURIZIO TROPEANO

 

L'applausometro della festa nazionale del Pd assegna il primo posto Oscar Luigi Scalfaro: 92 anni fra pochi giorni, padre costituente ed ex Capo dello Stato. I militanti del Pd lo premiano non solo perché li stimola a difendere una Carta che «continua ad essere in pericolo a causa degli attacchi del centrodestra e del governo Berlusconi». Ma lo applaudono anche quando bacchetta il centrosinistra che per colpa della «sua disattenzione» interviene in difesa della Costituzione solo quando i rischi sono dirompenti. E persino anche quando se la prende con il Pd, «un partito dove ci sono tanti cattolici ma dove il problema è che ognuno vuole farsi la propria chiesa». E lo premiano, infine, anche quando critica la magistratura che non è stata capace di intervenire autonomamente su chi ha violato il segreto istruttorio oppure per quando le tv sono entrate nelle aule dei tribunali.

Scalfaro, intervistato dal vice direttore del Tg3 Guido Dell'Aquila, ripercorre la sua battaglia in difesa della Carta - «che ho votato articolo per articolo» - anche se non «è intoccabile ma chiede di essere conosciuta, amata e aggiornata bene». Secondo Scalfaro, infatti, «coloro che 4 anni fa hanno cercato di stravolgere la Costituzione e poi sono stati sconfitti dal referendum popolare non si sono pentiti». E il problema non è solo Berlusconi ma anche una sinistra che «ha un grande torto quello di non aver celebrato quella vittoria referendaria».

Certo, l'ex Capo dello Stato ringrazia Piero Fassino che come segretario dei Ds si è speso senza sosta contro la riforma ma bacchetta quei personaggi della sinistra che «hanno arricciato il naso perché speravano nell'incertezza costituzionale per mettere in pratica la loro vocazione a manipolare». Scalfaro non fa nomi ma mette sotto accusa una classe politica è colpevole di un'altra mancanza grave, quella di «non aver sollevato il problema del conflitto d'interesse quando è nato». E non avendolo fatto allora, cioè nel 1994, la questione si costantemente aggravata a partire dalla formazione del primo governo Berlusconi - «mi disse che per quanto riguarda la scelta dei ministri della Famiglia e dell'Istruzione aveva i suoi riferimenti in Vaticano e che il ministro della Giustizia sarebbe stato il suo avvocato» - fino al processo breve. E spiega: «E' evidente che sotto quelle norme ci siano gli interessi personali del presidente del Consiglio» e questo è «fuori dalla nettezza urbana». Secondo il presidente emerito della Repubblica «una Costituzione che mette sotto i piedi l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge non è una Costituzione democratica».

Scalfaro, insomma, fa proprie le preoccupazioni del Csm e si dice d'accordo con l'intervento di Giorgio Napolitano. A quasi 92 anni riesce ad infiammare la platea: «Sono con voi, grazie per le battaglie che fate. Sentiamoci pronti a fare qualcosa per questa patria che ci chiede libertà, lavoro, giustizia e pace». E aggiunge: «Questa è l'epoca più triste da quando sono entrato in politica. I valori sono annientati, il tarlo è entrato in questa tavola splendida che è la Carta Costituzionale».

Una Carta che si deve difendere anche aggiornandola ma la si può «toccare da una maggioranza qualificata dell'ottanta per cento del Parlamento».

da Liberazione 29 Ago 2010




 

Savona, il carbone che uccide

di Checchino Antonini

Non ci sono più api a Savona. A stento ci crescono i licheni e le piogge acide ammazzano gli alberi. Ma soprattutto la gente, a Savona, muore più che in altri posti. Via Diaz, via Griffi, via Pertinace - nei comuni di Vado Ligure e Quiliano - sono dei cimiteri. «Ci sono malattie che si verificano in 2-3 casi ogni 300mila abitanti e qui ne trovi due, tre, nello stesso palazzo». Dati angoscianti spiegati a Liberazione da Paolo Franceschi, medico pneumologo all’ospedale di Savona, referente scientifico della commissione salute e ambiente dell’ordine dei medici provinciale e membro dell’associazione internazionale dei medici per l’ambiente. Franceschi è di Quiliano che, con la vicina Vado, è occupata da una quarantina d’anni da una gigantesca centrale a carbone che occupa l’aria e il paesaggio. Ha 49 anni e faceva le elementari mentre costruivano la centrale dove prima c’erano orti e vi cresceva l’albicocca tipica, quella di Valleggia. 8mila abitanti Vado e altrettanti Quiliano ma la zona industriale su cui la centrale ha le ricadute è abitata da 75mila persone. La centrale è proprio nel centro abitato: la gente vive, lavora, va a scuola tra frastuono e fumi e polveri. E s’ammala e crepa. Quando fu costruita i due paesi vennero “compensati” uno con un palazzetto dello sport, l’altro con uno stadio. Ma, i 550 addetti originari si sono ridotti a 250 dopo la privatizzazione dell’Enel. Ci lavora meno gente di quanta ne ammazza. Produce già molta più energia di quanta ne serva alla provincia ma ora i padroni privati la vorrebbero ampliare. La Tirreno Power preme da un paio d’anni almeno. Tirreno power, 100 milioni di utili netti l’anno, è controllata da Cir Sorgenia che, a sua volta fa capo alla holding di De Benedetti. Ossia della tessera numero uno del Pd. E’ proprio a lui che i comitati no coke hanno indirizzato dieci questioni contenute in una lettera aperta i cui primi firmatari sono, tra gli altri, Maurizio Maggiani, Carlotto, Ferrero, Staino. Margherita Hack, De Magistris, Agnoletto, Paolo Cacciari, Diliberto, Cannavò.

Dieci domande, come quelle che un noto quotidiano di De Benedetti rivolse a Berlusconi e che invece balbetta sui misfatti del carbone. 

da Famiglia Cristiana 25 Ago 2010




La Costituzione dimezzata

Il Cavaliere è sempre più insofferente delle "forme" e dei "limiti" previsti dalla Costituzione. Ecco l'Editoriale di "Famiglia Cristiana" n.35, in edicola dal 25 agosto.

24/08/2010

 


Berlusconi ha detto chiaro e tondo che nel cammino verso le elezioni anticipate – qualora il piano dei “cinque punti” non riceva rapidamente la fiducia del Parlamento – non si farà incantare da nessuno, tantomeno dai “formalismi costituzionali”. Così lo sappiamo dalla sua viva voce: in Italia comanda solo lui, grazie alla “sovranità popolare” che finora lo ha votato. 

     La Costituzione in realtà dice: «La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Berlusconi si ferma a metà della frase, il resto non gli interessa, è puro “formalismo”. Quanti italiani avranno saputo di queste parole? Fra quelli che le hanno apprese, quanti le avranno approvate, quanti le avranno criticate, a quanti non sono importate nulla, alle prese come sono con ben altri problemi? Forse una risposta verrà dalle prossime elezioni, se si faranno presto e comunque, come sostiene Umberto Bossi (con la Lega che spera di conseguire il primato nel Nord e, di conseguenza, il solo potere concreto che conta oggi in Italia). Ma più probabilmente non lo sapremo mai. La situazione politica italiana è assolutamente unica in tutte le attuali democrazie, in Paesi dove – almeno da Machiavelli in poi – la questione del potere, attraverso cento passaggi teorici e pratici, è stata trattata in modo che si arrivasse a sistemi bilanciati, in cui nessun potere può arrogarsi il diritto di fare quello che vuole, avendo per di più in mano la grande maggioranza dei mezzi di comunicazione. 

     Uno dei temi trattati in queste settimane dagli opinionisti è che cosa ci si aspetta dal mondo cattolico, invitato da Gian Enrico Rusconi su La Stampa a fare autocritica. Su che cosa, in particolare? La discesa in campo di Berlusconi ha avuto come risultato quello che nessun politico nel mezzo secolo precedente aveva mai sperato: di spaccare in due il voto cattolico (o, per meglio dire, il voto democristiano). Quale delle due metà deve fare “autocritica”: quella che ha scelto il Cavaliere, o quella che si è divisa fra il Centro e la Sinistra, piena di magoni sui temi “non negoziabili” sui quali la Chiesa insiste in questi anni? A proposito. Ivan Illich, famoso sacerdote, teologo e sociologo critico della modernità, distingueva fra la vie substantive (cioè quella che riassume il concetto di “vita” mettendo insieme, come è giusto, e come risponde all’etica cristiana, tutti i momenti di un’esistenza umana, dalla fase embrionale a quella della morte naturale) e ogni altro aspetto della vita personale o comunitaria, a cui un sistema sociale e politico deve provvedere. 

     Il berlusconismo sembra averne fatto una regola: se promette alla Chiesa di appassionarsi (soprattutto con i suoi atei-devoti) all’embrione e a tutto il resto, con la vita quotidiana degli altri non ha esitazioni: il “metodo Boffo” (chi dissente va distrutto) è fatto apposta.

Beppe Del Colle

 

da l'Unità 13 Ago 2010

di Lidia RAVERA 


Paure d’autunno

Tema:
Racconta con parole tue che ne sarà di noi nell’autunno prossimo venturo.

Svolgimento:
Nell’autunno prossimo venturo potrebbero scoppiare le elezioni, che fanno sempre tanta paura ai signori che sono stati eletti l’ultima volta perché pensano che non saranno eletti mai più. O perché hanno fatto qualcosa di veramente brutto, o perché non hanno fatto quello che dovevano fare. Quando hanno paura di non essere rieletti i signori cercano di allearsi con altri signori che hanno paura di non essere rieletti. Se hanno bisticciato, provano a fare pace. Se si sono frantumati, provano a ricomporsi.Tubano come tortore e pensano “a te ti butto a mare dopo”. Se non ci saranno le elezioni, ci sarà un governo terapeutico. Il suo compito: una legge elettorale che non faccia male alla democrazia. Così, forse, anche noi ricominceremo a contare qualcosa. O forse no. 

13 agosto 2010

da la Repubblica 9 Ago 2010

 
 
 

La storia del partigiano Grozni

La storia del partigiano Grozni
"È buio di novembre. E la notte del 21 novembre 1944 i fascisti dissero al russo che avrebbero lasciato aperta la porta della prigione. Ma era una trappola, e appena lui saltò il muro del giardino insieme a un altro partigiano, quelli fecero fuoco. Aveva 33 anni. Il corpo fu trovato in condizioni spaventose". Abbaiare di cani, gracidare nei fossi, un concerto di grilli tra la pianura e le falde d'Appennino. Che ci facciamo qui, luogotenente Cariolato, protettore e padrone della mia camicia rossa, in questa notte rovente sulla Via Emilia, davanti a una limonata fresca e un Gutturnio, dopo avere attraversato il Po? Che ci facciamo tra Solferino e la Linea Gotica, in questa terra di campi di battaglia che da secoli sputa pallottole e punte di freccia? Semplice. Siamo venuti a sentire una storia terribile, di quelle che valgono una deviazione. La storia del partigiano Grozni, che morì per seguire Garibaldi un secolo dopo. Vassili Pivovarov Zakarovic, combattente della libertà italiana. Per sentirla dagli ultimi testimoni viventi, questo 25 aprile, Eduard - il figlio che lui non ha mai conosciuto - ha valicato gli Urali e fatto 5 mila chilometri via terra. E ora siamo qui anche noi.
Luna incendiaria, nubi a brandelli, e Franco Sprega racconta nella veranda della sua casa solitaria di San Protaso a due passi dall'argine dell'Arda. È anche lui un uomo in guerra col dilagare dell'oblio. Da un decennio strappa agli ultimi testimoni pezzi di racconto sulla Resistenza, e stanotte ascolto le sue parole secche, accento in bilico tra Emilia 
 
e Lombardia. 

Vassili dunque, russo di Grozni in Cecenia. Ingegnere edile e soldato dell'Armata Rossa, viene fatto prigioniero nel 1941, al primo sfondamento dei tedeschi verso Est. La famiglia perde le sue tracce. C'è solo un bigliettino, trovato sulla linea ferroviaria a Sud di Pietroburgo. Dice: "Mi stanno portando in Europa". Vassili è comunista convinto. Ha perso il padre da bambino, gliel'hanno ucciso i "bianchi" nel 1922, crocefiggendolo sulla porta di casa. Ricompare in Italia dopo l'8 settembre, in Padania, al seguito dei nazisti che entrano in Italia. È uomo prezioso, sa maneggiare il cemento e la dinamite. Impara il tedesco, senza darlo a vedere, e un giorno sente le SS parlare di "garibaldini sui monti". Rossi anche loro, come i Mille. S'infiamma e decide di raggiungerli, Garibaldi è il suo mito. In Russia i contadini lo venerano, ne tengono in casa il ritratto. Ed è in Russia, sul Mar Nero, che Garibaldi marinaio ha sentito parlare per la prima volta di Mazzini e di libertà.  Fugge, sale in montagna, si presenta al comandante Tobruk in val d'Ongina, dice di essere ingegnere e capace di fare la guerra. Una sarta di Vernasca, oggi 92enne, lo ricorda bene. Alto, capelli neri, baffetti, spalle ricurve e fisico notevole. Educato, distinto, affabulatore. Lo prendono nella 62a brigata Garibaldi, comandata da un montenegrino, Giovanni Grcavac, Giovanni lo slavo. "Giuan a slav", un'altra leggenda vivente.
Franco continua, stentoreo, mentre la notte rilascia profumi sconvolgenti. "Ci sono altri garibaldini russi nella sessantaduesima. Dimitri Nikoforenko, Josip Bordin, Ivan Nustej. Vassili sceglie il nome di battaglia di "Grozni" e compie azioni mirabolanti. Copre la ritirata dei compagni dopo le incursioni sulla via Emilia. Un combattente nato. Ma nel novembre viene ferito e catturato. Lo scortano a Fiorenzuola, nel municipio che nel frattempo è diventato posto di comando di tedeschi e repubblichini.

E qui la storia diventa mito. Il municipio con la cella di Vassili è dietro il macello e la casa del fascio; e la via si chiama Garibaldi. Ma non basta: a destra del portone, c'è il busto in marmo del generale per cui Grozni ha combattuto. Sotto c'è scritto: "Del lampo della tua spada / stupirono due mondi / La tua parola d'amore / l'ascoltarono i secoli". Anno 1883. Difficile che il russo non riconosca il suo generale, varcando la soglia fatale. Vassili non uscirà più da quel palazzo. I tedeschi vorrebbero scambiarlo con loro uomini prigionieri dei partigiani, ma i fascisti la pensano altrimenti. In cella con Grozni c'è Albino Villa, nome di battaglia "Sten", uno che sa troppe cose e ha troppo fegato. Lo vogliono far fuori e, per ammazzarlo, fingono di agevolarne la fuga, lasciando la porta aperta. I due corpi saranno trovati per strada, trasferiti a Castell'Arquato. Poi trafugati e sepolti in montagna. Insieme.

L'indomani andiamo a vedere il posto, a due passi dalla via Emilia, la "cuntrè drita" che accieca di luce bianca. La topografia è ancora quella, terribile, delle lotte sociali, della repressione e delle vendette. Franco sa tutto. Qui il tale fu arrestato, lì avvenne la tal delazione, lì si torturava, e lì in fondo vive ancora la vedova di un ufficiale morto a Mathausen. E la storia si intreccia continuamente con quella del secolo prima. Nel Comune, un ex convento cistercense, c'è la camicia rossa insanguinata di Riccardo Botti, ucciso a sciabolate sul Volturno.

Ma torniamo a Vassili. Nel dopoguerra gli storici della Resistenza si imbattono nelle sue tracce, ma non ne sanno il nome. E così, quando nel 1971 il ministero della Difesa gli conferisce la medaglia d'argento alla memoria, il titolare viene indicato col solo nome di battaglia. Grozni, appunto. Ma la notizia trapela nell'Urss, il figlio dell'eroe la apprende per caso dalla radio e capisce che quello è suo padre, non può essere che lui. Così, un anno dopo, quando il Comune di Fiorenzuola pensa di dargli la cittadinanza onoraria, ha finalmente un nome cui attribuirla. Negli archivi del municipio c'è ancora la delibera, che certifica la decisione unanime, il 25 novembre 1972. La figura del garibaldino russo è così nobile che ha votato a favore anche l'Msi, il partito dei post-fascisti.

Ma non c'è pace per Grozni. Le sue ossa scompaiono, e anche la lapide viene trafugata dal cimitero di Castelnuovo Fogliani. Forse è stato il ministero della difesa dell'Urss, ma non restano tracce della traslazione nel caos degli archivi sovietici. Anche la medaglia d'argento, messa in una teca al museo di Grozni, in Cecenia, scompare, tra le macerie della città, fatta a pezzi come Stalingrado nella guerra caucasica degli anni Novanta. Oggi di Vassili, combattente per la libertà d'Italia, non resta che una lapide, all'esterno del palazzo che vide la sua fine, e il destino ha voluto che quella lapide finisse accanto a quella di Garibaldi. 

Che storia, eh, luogotenente Cariolato? Ma dimenticavo. Chiamatemi pure "111.796". È il numero della mia tessera dell'Anpi, che ho preso a Trieste alla partenza. Mai avuto tessere in vita mia. Ma stavolta che l'Italia non è più di moda, con questo viaggio che è un po' resistenza, non ci ho pensato due volte.

da la Repubblica 1 Ago 2010

 

IL CASO

I vecchi partigiani diventano writer
“Che vergogna quel motto del Duce”

Grosio, la protesta di due reduci della resistenza contro il restauro "filologico" della scritta

di LUIGI BOLOGNINI

Come vanno questi fatti di solito: dei giovinastri imbrattano targhe antifasciste più per ignoranza che per precise idee politiche e vengono rampognati inutilmente da qualche anziano. Com'è andata questa vicenda: degli anziani partigiani imbrattano una targa fascista e vengono rampognati inutilmente da alcuni giovani, "perché non si scrive sui muri". 

Siamo all'uomo che morde il cane, siamo a Grosio, in provincia di Sondrio, a suo tempo fu una delle capitali della Resistenza antifascista. Una frase di Mussolini fatta scrivere dal regime e recentemente restaurata  -  come l'intero palazzo che la ospita  -  è stata imbrattata con la scritta "Vergogna". Autori, due partigiani di 87 e 83 anni. 

Due ragazzi irresistibili che sono classe dirigente a tutti gli effetti: Giuseppe Cecini, 83 anni, è stato sindaco, Giuseppe Rinaldi, 87 anni, è il presidente provinciale dell'Anpi ("ma ora dovrò dimettermi: chi è indagato non può avere cariche nella associazione").

"Bisogna essere forti nel coraggio. Mai voltarsi indietro quando una decisione si è presa, ma andare sempre avanti", dice la roboante frase mussoliniana restaurata nel 2005 con l'intero palazzo, che ospita uffici comunali e il parroco e che durante la Resistenza era sede delle Brigate Nere. I partigiani non l'hanno mai presa bene, ma né la minaccia di non presenziare più alle cerimonie ufficiali né tre incontri col sindaco di allora sono serviti. Mentre il primo cittadino attuale non ha ancora deciso il da farsi.

Allora i due hanno agito in proprio, all'alba di qualche giorno fa: hanno appiccicato in cima a una canna da pesca un pennello e hanno scritto un bel "Vergogna" con grafia tremante (per l'età o per l'indignazione?), ma più che chiara. "La frase era stata cancellata il 25 luglio 1943, abbiamo festeggiato l'anniversario aggiungendo una parola", dice uno dei due stagionati teppisti. Che  -  racconta il quotidiano La provincia di Sondrio  -  se la sono vista male: in piazza passavano giovani che avevano appena finito di far bisboccia e che hanno preso a calci l'auto dei partigiani accusandoli di inciviltà. Ma gente sopravvissuta a picchiatori e squadracce non si fa spaventare da qualche ragazzotto, e i due hanno risposto agli insulti con gli insulti. 

Oltretutto quel "Vergogna" non è stato un gesto impulsivo. Per dire, l'area è videosorvegliata, ma i writer se ne sono fregati, anzi hanno portato una telecamera per riprendersi e magari mostrare il filmato ai nipotini, quegli stessi nipotini a cui viene detto che non si scrive sui muri. Il Comune approva, senza dirlo troppo esplicitamente perché è pur sempre un reato per cui c'è stata una denuncia: "Siamo contro chi insozza i muri  -  dice l'assessore ai Lavori Pubblici, Giovanni Curti, che è anche presidente della sezione di Grosio dell'Anpi  -  ma è stata una chiara provocazione. Quella frase di Mussolini andava cancellata del tutto, non rifatta".

da il Fatto Quotidiano del 24 Lug 2010



Le accuse di Napolitano

"CORRUZIONE E TRAME INQUINANTI" 

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da Il Sole 24ORE del 24 Lug 2010



I MILLE VIRUS CHE VOGLIONO ATTACCARE LA COSTITUZIONE
di Michele Ainis

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da l'Unità 18Lug2010

                                              
"Ogni tempo ha il suo fascismo. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti sottili modi la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine."


Primo Levi, 8 maggio 1974
 

da IL SECOLO XIX del 17 Lug 2010




UN REGIME AL CAPOLINEA

VERSO IL 25 LIGLIO DEL BERLUSCONISMO

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da la Repubblica 23 giu 2010

 da la Repubblica 23 giu 2010

di Michele SMARGIASSI

  “Il discorso su Matteotti fu l’ultimo colpo alle libertà”

Gli storici: la frase di Mussolini usata fuori contesto

 

UN TEMA "revisionista"? No, molto peggio: un tema insensato.

Gli storici bocciano la traccia storica dell'esame di maturità sul "Ruolo dei giovani nella storia e nella politica". Tra i quattro “documenti” proposti agli studenti come base di lavoro c'è anche una citazione di Benito Mussolini, accostata ad altre di Palmiro Togliatti, Aldo Moro e Giovanni Paolo II, e questo fa infuriare l'Anpi (oltre a un'associazione studentesca e qualche esponente Pd) che denuncia l'accostamento «Singolare e capzioso tra i quattro personaggi storici. Ma il problema non è quello, per gli I studiosi il pasticcio è puramente scientifico. Citazioni astratte, incoerenti tra loro, non storicizzate: morale, un invito alla retorica. «Mussolini è un oggetto storico, nessuno scandalo nel far lavorare gli studenti su un suo testo», concede Claudio Pavone, storico della Resistenza, ma subito accusa: «mi pare orribile però che si sia scelta una citazione che, tagliata in quel modo, può persino apparire seducente». Eppure è un brano del famigerato discorso con cui Mussolini in Parlamento si assunse la responsabilità dell'omicidio Matteotti; ma uno studente , particolarmente studioso lo poteva dedurre solo dalla data, 3 gennaio1925. «Sì, ma chi non riesce a risalire a quel Contesto storico di sopraffazione rischia di prendere per buona, perfino esaltante la retorica strumentale con cui Mussolini usò il concetto di giovinezza. Accostare quella frase ad altre citazioni sotto un titolo generico, mi pare faccia pare faccia parte di un certo modo pericoloso di depoliticizzare il fascismo».

Anche per Emilio Gentile, allievo di Renzo De Felice e studioso dell'ideologia fascista, non c'è nessun problema a proporre citazioni del Duce, anzi: «Partire da Mussolini per un'analisi storica dell'uso del mito giovanilista nella cultura politica italiana mi sembra addirittura obbligatorio. E’ quella specifica citazione che trovo completamente sbagliata».

Alternative? "Il Mussolini del '19, del fascismo nascente, dell'ideologia vitalista, del mito della giovinezza. Anzi, per dir1a tutta, avrei trovato più stimolanti citazioni di leader politici giovani che parlano di giovani: Italo Balbo, Antonio Gramsci, Piero Gobetti …

I personaggi scelti invece sono tutti leader anziani (uno, papa  Wojtyla non è neanche un leader in senso proprio) che parlano di  gioventù da un' ottica di potere».

Sbagliato soprattutto far parlare il Mussolini della crisi Matteotti: «Quello è il discorso con cui dà l'ultimo colpo alle libertà politiche in Italia, il tema della giovinezza è per lui ormai solo uno strumento retorico. La trovo una citazione fuorviante proprio rispetto alla traccia, per trattarla adeguatamente bisognerebbe partire non dai giovani ma dalla nascita di una dittatura. Anche ammesso che uno studente si ricordi il delitto Matteotti, il suo tema sarà comunque "fuori tema"».

Guido Crainz, autore di "Autobiografia di una repubblica", è della stessa idea: «Se uno studente è capace di inquadrare bene quel momento storico e decifrare la funzione retorica della frase di Mussolini, certo, va promosso col massimo dei voti. Ma mi pare già tanto se chi ha svolto questo tema è riuscito a distinguere i contesti storici delle affermazioni di Mussolini, Togliatti, Moro. In realtà io temo che tutto si riduca a un esercizio di divagazione,dove all'esaminando è richiesto semplicemente di parlare della sua personale idea di gioventù, pescando qualche appoggio in queste quattro frasi».

Insomma, un tema "televisivo", è la conclusione «da talk show a ruota libera. Un'altra conferma del modo in cui la scuola insegnala storia: come un eterno presente sul quale esercitare un po' di digressioni personali».

«Va bocciato chi ha escogitato una traccia cosi grottesca»: il più severo di tutti è Giovanni De Luna, che divide i suoi interessi fra periodo fascista e dopoguerra. «Quattro citazioni messe assieme col manuale Cencelli, o la par condicio televisiva: il fascista, il comunista, il democristiano, il religioso, un tema bilanciato per quote proporzionali...». Scelti i quattro personaggi solo per ragioni di equilibrio, il confronto diventa astratto. Ma uno studente non deve saper contestualizzare? «Cavare qualcosa dall'accostamento tra quattro fenomeni storici lontani e così diversi uno dall'altro (l’avvio del totalitarismo, la ricostruzione postbellica, il dopo '68 e i papa-boys) sarebbe arduo anche per uno storico. Per uno studente di liceo, temo resti solo la scappatoia della retorica».

da il manifesto 22 giu 2010

 da  il manifesto 22 giu 2010

di Sergio Sinigaglia

 

 

L'Anpi a raduno: tanti giovani in difesa della Costituzione


Ha iniziato Berlusconi con lo sdoganamento del Msi. Hanno proseguito, a sinistra, Luciano Violante con la sciagurata frase sulla necessità di comprendere le ragioni dei ragazzi di Salò e Giampaolo Pansa con i libri sul "sangue dei vinti" e i "triangoli della morte". Per arrivare, infine, all'attacco frontale alla Costituzione, di cui gli agguati di questi giorni contro l'art. 41 e la correlata vicenda di Pomigliano, ne sono degno corollario. Di fronte a questo quadro piuttosto angosciante, chi se non l'Anpi doveva e deve dare una risposta che diventi un segnale per tutti, innanzitutto per la divisa e meditabonda sinistra? E lo ha fatto partendo da una considerazione semplice quanto fondamentale. Se i protagonisti della lotta di liberazione stanno gradualmente ed inevitabilmente scomparendo, è essenziale favorire l'iscrizione delle giovani generazioni. Un nuovo corso che ha avuto il suo centro nelle Marche dove, non a caso, ad Ancona, dal 24 al 27 giugno, si svolgerà la seconda Festa nazionale, con un ricco carnet di convegni e appuntamenti culturali (il programma è consultabile sul sito www.anpifesta.org). 
«C'erano diverse città sicuramente più autorevoli della nostra ad essere candidate - ci spiega il Presidente regionale Nazzareno Re, che incontriamo insieme ad altri dirigenti dell'associazione nella sede anconetana - ma la scelta è caduta sulla nostra regione perché è stata la prima a promuovere le nuove iscrizioni, e ormai la percentuale di non partigiani ha raggiunto la quota del 90%». Il merito di questo successo ha un nome ben preciso: «È la conseguenza - ci dice Giuseppe Cingolani del direttivo marchigiano dell'Associazione, volto storico della sinistra anconetana - dell'intuizione di "Ferro"». Ferro era Emiliano Ferretti, mitico comandante partigiano, per decenni l'anima dell'Anpi, di cui è stato a lungo presidente regionale. Prima di morire, nel luglio del 2007, ha capito, nell'ultima fase della sua militanza, che bisognava favorire l'ingresso di forze fresche. E così è stato. Ora a girare nelle scuole medie e superiori per raccontare che cosa è stata la Resistenza e i valori della nostra carta costituzionale, ai vecchi partigiani si sono affiancati diversi giovani, come Stefania Giacomini, 29 anni. «Il messaggio televisivo - spiega - ci mostra ragazzi indifferenti, dediti al consumo, ma girando con i vecchi compagni le scuole mi sono dovuta ricredere, ho capito che si tratta di pregiudizi. E se c'è apatia questo dipende dal fatto che non hanno stimoli. Appena vengono sollecitati, rispondono e si mostrano interessati». Tante le domande che i ragazzi fanno ai loro interlocutori, che spiegano il perché della scelta di vita. «Gli diciamo - racconta Cingolani - che eravamo stanchi della guerra e della fame, volevamo la pace».
Ma cosa prova oggi di fronte a questa situazione chi allora non ebbe remore a rischiare la vita per liberare l'Italia dal nazifascismo e affermare i principi di libertà e giustizia? «Rabbia perché, come diciamo ai ragazzi, non è questo il Paese che i nostri fratelli morti volevano. La nostra Costituzione è la più bella del mondo. Ricordiamoci che l'Onu quando, nel 1948, promulgò la dichiarazione sui diritti dell'uomo, fece riferimento a diversi principi della nostra Carta». E oggi, dopo i recenti attacchi governativi e confindustriali agli art. 41 e 118, i dirigenti dell'Anpi assicurano che «ci adopereremo ancora di più», perché la Costituzione è «il testamento dei caduti della guerra, noi siamo riusciti ad attuarla solo in alcuni punti, per un periodo, e i giovani ci devono aiutare ad applicarla completamente per l'avvenire».

 da:  l’Unità  - 22giu2010

 

La nuova resistenza democratica inizia unendosi ai partigiani dell'Anpi

di Stefania Scateni

 

Non è tempo di stare alla finestra. Non è tempo di indifferenza né di ignavia, tantomeno di accidia. E' tempo di trasformare lo sconcerto, la rabbia e la paura, di scegliere se continuare ad affannarsi per nuotare in una marmellata culturale e politica che confonde verità e menzogna, libertà e sopruso, sfigurando il tutto in un grande schermo azzurro e piatto, oppure tirarsi fuori dal blob e dare aria al cervello. In poche parole, prendere posizione. C'è bisogno di rivivere il significato morale, prima ancora che politico, dell'antifascismo e della nostra Costituzione democratica. La ricchezza dell'insegnamento che ci arriva dalle donne e gli uomini che si sono schierati e hanno combattuto per costruirla vanno coltivati e ripresi, insegnati, testimoniati di nuovo. 

Molti ragazzi italiani (come ci ha raccontato il 9 giugno Gabriella Gallozzi su questo giornale)  lo hanno fatto iscrivendosi all'Anpi: tanti nuovi “antifascisti”, “volontari per la democrazia” nell’Associazione nazionale dei partigiani che, negli ultimi anni, ha aperto le porte anche a chi la Resistenza non l’ha vissuta. I partigiani hanno passato così il testimone a 110mila nuovi resistenti per continuare a far vivere la memoria della lotta per la democrazia, messa a rischio dalla graduale scomparsa dei protagonisti e dal violento revisionismo di regime. L'Anpi lancia inoltre una campagna con il coinvolgimento di artisti, scrittori e intellettuali. Nata da un'idea di Concita De Gregorio e Dacia Maraini, l’iniziativa è stata presentata ieri nella sede nazionale dell'Associazione. 

Dacia Maraini ha citato un discorso agli studenti milanesi di Piero Calamandrei (1955): “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione”. Concita De Gregorio ha spiegato quanto sia fondamentale  parlare ai ragazzi di chi ha combattuto per le libertà di cui godono oggi, e spiegare loro la Costituzione: “Il futuro non è più quello di una volta, è necessario incarnare nel presente lo spirito della Resistenza. Una Resistenza personale, privata, che può coincidere con una forma di Resistenza pubblica, collettiva”. Non erano sole ieri mattina all'Anpi.

“Mi iscrivo all'Anpi perché la Resistenza non sia solo memoria del passato ma esercizio del presente”. Con questa motivazione, scelta per la campagna, si sono iscritti Andrea Camilleri, Giuliano Montaldo, Giancarlo De Cataldo, Romana Petri, Rosetta Loy, Fabrizio Gifuni, Simona Marchini, Sandra Petrignani, Fabio Bussotti, Simone Cristicchi, Fiorella Mannoia, Mario Monicelli, Neri Marcorè, Emma Dante, Marco Paolini, Gigi Proietti, Moni Ovadia, Ugo Gregoretti, Marco Bellocchio, Giorgia, Monica Guerritore, Sabrina Ferilli, Massimo Carlotto, Emma Dante, Roberta Torre, Irene Grandi, Matteo Garrone, Francesca Archibugi, Valentina Carnelutti, Emanuela Giordano, Beppe Sebaste, Lidia Ravera, Silvia Nono, Flavia Gentili, Italo Spinelli, Francesca Comencini, Cristina Comencini, ellekappa, Staino, Liliana Cavani, Serena Dandini, Riccardo Milani, Piera Degli Esposti, Vincenzo Cerami, Ascanio Celestini, Margherita Hack, Eugenio Finardi, Lucio Villari, Pierluigi Meneghetti, Mario Prosperi, Rossella Or, Lisa Ginzburg, Luca Archibugi, Nadia Urbinati, Roberto Citran. 

Molti erano presenti, nella stracolma sala dell'Anpi dove a fare gli onori di casa c'erano due partigiani, i vicepresidenti dell'Associazione Armando Cossutta e Marisa Ombra. Non li citiamo tutti. Giuliano Montaldo ha raccontato quando, il 24 aprile 1945, a Genova stavano stampando la prima Unità del dopoguerra, e con altri fece da “spago” per portare l'edizione agli operai dell'Ansaldo: un solo foglio, titolo “Genova è libera”. Moni Ovadia ha ribadito come la Resistenza sia al di là di destra e sinistra: ha fondato e sancito la nostra democrazia, nata da valori eternamente laici, universali, eterni. “Bisognerebbe celebrare il 25 aprile cominciando il 24 con una cena in cui si spezzi il pane della libertà. Quella che ci aspetta è una battaglia di tipo sacrale, per ridare una sacralità laica alla democrazia, basata su valori non negoziabili ed eterni”. Sacro come la narrazione e come la testimonianza: Giancarlo De Cataldo lamenta come la sinistra abbia consegnato i simboli alla destra, e sottolinea l'importanza mitopoietica della Resistenza. Le storie sono necessarie, raccontano il mondo e noi stessi. Così Beppe Sebaste, figlio di partigiani di Parma, sottolinea l'importanza della narrazione e del suo tramandarsi: “la testimonianza è una grande responsabilità, tramite un racconto diventiamo testimoni, persone che hanno cioè il dono della presenza, che mantengono vivi eventi accaduti in altri luoghi e in altri tempi”. Quanta differenza ci sia tra lo ieri dei partigiani e l'oggi dei “nuovi resistenti” lo spiega Armando Cossutta, quando chiude la conferenza con un ricordo personale. “Oggi combattere per la Costituzione è più difficile di allora. Fui incarcerato, messo al muro insieme a dei compagni per essere fucilati, ma non avevo paura, non avevamo paura. Avevamo la certezza di contribuire a costruire un orizzonte visibile e giusto. Oggi non si vede questa luce all'orizzonte”.

22 giugno 2010

 

email 21 giu 2010 da # per conto COMITATO 3,32 L'AQUILA

 

----- Original Message -----

From:   SI VIAGGIARE L'AQUILA 

To:   mptempesta@gmail.com 

Sent:  Thursday, June 17, 2010 11:45 PM

Subject:  I: da l'aquila: FATE GIRARE OVUNQUE PER FAVORE

 

L'Aquila 17 giugno 2010

 

DOPO CHE PER MESI A L'AQUILA I MEDIA HANNO ROVISTATO NELLE NOSTRE CASE E NELLE NOSTRE VITE IN MANIERA INVASIVA E IPOCRITA,

DOPO CHE TUTTE LE PARATE DEL GOVERNO SUL NOSTRO TERRITORIO SONO RIMBALZATE SUGLI SCHERMI DI TUTTA ITALIA,

DOPO CHE PER PIU' DI UN ANNO SI E' COSTRUITA UN'ENORME BUGIA MEDIATICA FATTA DI SCENOGRAFIE E REPRESSIONI,

IERI, VOI SERVI DEL POTERE DEL COSIDDETTO SERVIZIO PUBBLICO (OLTRE AI SERVI PRIVATI) SIETE RIUSCITI A NON DIRE NULLA (A PARTE TG3 E LA7) DELLA PIU' GRANDE MANIFESTAZIONE DELLA STORIA DELLA NOSTRA CITTA'.

PIU' DI 20.000 TRA CITTADINI, FORZE SOCIALI E ISTITUZIONI, HANNO ATTRAVERSATO LA CITTA' E HANNO INVASO L'AUTOSTRADA BLOCCANDOLA PER PIU' DI UN'ORA.

ERA NOTIZIA DI APERTURA E INVECE AVETE AVUTO IL CORAGGIO DI NON PARLARNE PER NIENTE. DOPO AVER USATO LA NOSTRA CITTA' COME SPOT, ORA CHE LE BUGIE VENGONO A GALLA NON POTETE FARE ALTRO CHE NASCONDERLA.
MA NON DURERA', PREPARATEVI PERCHE' PRESTO CI VEDRETE A ROMA, IN MASSA, A BLOCCARE LA CAPITALE E AD ASSEDIARE IL PARLAMENTO E PALAZZO CHIGI PER PRETENDERE GIUSTIZIA, EQUITA' E VERITA'.

 

Comitato 3e32

da "il Fatto Quotidiano" 19 giu 2010

 

18 giugno 2010

di Luca Morino

 

 

 

'Vi racconto mio padre
il sogno chiamato Che'

 

Camilo vive a Cuba: aveva 5 anni quando il comandante Ernesto Guevara fu ucciso in Bolivia



L’Avana - Camilo, il terzo figlio di Ernesto Che Guevara, è nel Centro Studi dedicato a suo padre e situato nella stessa casa, a L’Avana, abitata dal rivoluzionario argentino fino alla sua partenza per il Congo, nel 1965. “Abbiamo iniziato a lavorare agli archivi personali nel 1983 - spiega Camilo Guevara - e con il tempo abbiamo realizzato numerose pubblicazioni e lavori accademici che hanno reso sempre più complessa la nostra attività. Attualmente siamo in sette, ma con i collaboratori esterni arriviamo a oltre trecento persone che lavorano al progetto: quasi tutti compagni o amici del Che, persone che occuparono incarichi nel periodo in cui faceva parte del governo”.

L’immagine di suo padre corrisponde al vero Che e al suo pensiero?

C’è sicuramente una commercializzazione eccessiva dell’immagine del Che. Spesso viene associata a elementi che hanno poco a che vedere con lui, come una bottiglia di rum o un pacchetto di sigarette. A volte la gente cerca di arricchirsi attraverso ilChe utilizzandolo per vendere un prodotto e quando succede questo, di solito, consapevoli o no che siano, in pratica separano l’immagine dell’uomo dalla sua storia, dalla sua ideologia. Pensa che anni fa in Italia, in una manifestazione dichiaratamente fascista, fu visto un tipo che sventolava l’immagine del Che. Non so se fosse lì per protestare contro la manifestazione, tutto può essere, ma la situazione era decisamente ambigua, no?

Che ricordi ha di suo padre?

Ero molto piccolo quando partì per il Congo, nel 1965 avevo 3 anni. Quando tornò non poteva violare le norme della clandestinità e per questo ovviamente noi figli non potevamo vederlo. Il giorno in cui partì per la Bolivia era già calvo e venne a salutarci travestito. Quando morì nel ’67 io avevo solo 5 anni: era un uomo che aveva un’enorme responsabilità nel Paese, passava il tempo a lavorare e studiare, anche diciotto ore al giorno. Solo la domenica, dopo il lavoro volontario, veniva a casa e giocava con noi. Questa è stata le mia relazione con lui e non riesco a ricordarlo con chiarezza, non capisco neanche se sia stato parte di un sogno o una costruzione della mia fantasia.

Quando girano un film sul Che consultano la sua famiglia?

A volte sì, ultimamente abbiamo lavorato con un regista argentino che si chiamaTristan Bauer e Walter Salles per esempio è venuto a consultarci per I diari della Motocicletta, così come Gianni Minà per un documentario. Per il film diSoderbergh con Benicio Del Toro abbiamo fornito una serie di informazioni storiche molto precise, poi ovviamente hanno fatto scelte artistiche in cui la realtà veniva anche alterata e a quel punto ci siamo fermati. A me sembra che il bilancio di questi ultimi film sia positivo, anche se non sono fatti per insegnare la Storia.

Cosa rappresenta oggi il Che per i giovani cubani?

Mi sembra che il Che sia sempre una figura che i ragazzi proteggono e rispettano e funge tuttora come riferimento: quando per esempio una cosa non va bene o dovrebbe essere differente si dice “se ci fosse qui il Che questo non sarebbe successo”. Con questo non voglio dire che sarebbe stato esattamente così perché la vita è molto più complessa, ma questo sentimento, questa speranza, mi sembrano un grande omaggio alla sua vita di sacrifico, intoccabile e limpida. Il Che è sempre stato un uomo onesto.

Crede che i rapporti tra Cuba e Stati Uniti potranno cambiare?

Non sono un esperto di politica, però personalmente penso di no. Negli Stati Uniti la vittoria di Obama, ormai quasi due anni fa, non una rivoluzione: è un presidente di colore, però ampiamente sostenuto dal denaro nordamericano. Credo che quello che è successo sia stato un cambio cosmetico. Nessuno ci crede veramente, bisogna cambiare, bisogna dimostrare che è cambiato qualcosa perché per ora non è ancora successo nulla.

Quindi, il giudizio su Obama è negativo?

Claro! C’è l’Iraq, l’Afghanistan, c’è la IV Flotta che controlla i Caraibi e il Sudamerica. Perché la lasciano lì? Ci sono le basi militari in Colombia. Cos’è cambiato con Obama? Non è cambiato nulla. Possono cambiare alcuni aspetti all’interno degli Stati Uniti, bisogna vedere se succederà, ma in ultima istanza la cosa importante sarebbe cambiare le cose perché potessero durare nel tempo.

Se suo padre fosse ancora vivo?

Io credo che una rondine non fa primavera, però credo anche che non si vedono rondini se non inizia la primavera! Il Che ha sempre fatto capire chiaramente la sua posizione e sapeva perfettamente che non esiste una società che non sia perfettibile, che non si possa migliorare. Di fatto si pensava, quando il Che era a Cuba, che la Rivoluzione cubana fosse una sommatoria risultante da più pensieri e mi sembra che ora il processo di sviluppo storico renda ancora molto più articolato il tema: la cosa certa è che c’è un progetto nazionale che risale a prima che nascessero Fidel Castro, il Che e tutti i rivoluzionari che nel ‘59 trionfarono nel Paese. Questo progetto-nazione antimperialista si è formato quasi naturalmente: a 90 miglia dalle nostre coste il padre della democrazia americana, Thomas Jefferson, già nell’Ottocento scriveva di suo pugno che bisognava conquistare Cuba e...Marx non aveva nessuna colpa di questo! La nostra esperienza si è messa in linea con un progetto che è in alternativa al capitalismo e ci ha mostrato che anche a Cuba possono esserci borghesi, ma non una borghesia nazionale. La borghesia nazionale era legata per forza agli interessi degli Usa. Posso affermare con certezza che il Che approverebbe il progetto-nazione cubano al cento per cento.


da il manifesto 15 giu 2010

REPUBBLICA DI ROBOT

di Valentino PARLATO

 

Pomigliano è diventata, è, la materia viva e n simbolo di uno scontro che investe la sopravvivenza della Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro e della storica, e sempre più drammatica questione meridionale. La sostanza è nota: a Pomigliano c'è un impianto della Fiat, che attualmente dà lavoro a circa quindicimila persone e la Fiat ha posto ai sindacati, ai lavoratori, ai meridionali un aut aut feroce: o i lavoratori si impegnano a utilizzare gli impianti per 24 ore al giorno per sei giorni la settimana; a essere disponibili per 80 ore di straordinari a testa; a recuperare gli eventuali ritardi lavorando la mezzora della refezione, a rinunciare al diritto di sciopero, oppure la Fiat chiude lo stabi1imento e c'è disoccupazione per tutti. E in più. si instaura una «metrica del lavoro» che - come scrive Luciano Gallino nel suo ottimo articolo sulla Repubblica di ieri – “si addestrano le persone affinché operino il più possibile come robot”. Saremmo così alla Repubblica fondata sulla robotizzazione degli uomini. Anche il papa, penso avrebbe qualcosa da ridire.

Ecco come il ministro Giulio Tremonti presenta questa mostruosità: «Sarà un modello per tutti. Con la globalizzazione è finito il conflitto capitale lavoro». La globalizzazione infatti ha enormemente aperto alla delocalizzazione e ingrossato il cosiddetto esercito industriale di riserva. I lavoratori da persone umane sono ridotte a merci, la Costituzione è ridotta a carta straccia. L'art. 41 della Costituzione viene modificato: non più «L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». La nuova prassi, imposta senza voto alcuno, recita: «L'iniziativa economica privata è sovrana e, quando sia lei utile, può mettere i cittadini in campi di lavoro forzato».

Dalla Repubblica democratica degradiamo alla sovranità assoluta.

Di fronte a questa aggressione Cisl e Uil hanno capitolato, hanno alzato le mani in segno di resa. Ma si rendono conto i sia Tremonti sia la Cisl e la Uil che cosa provocherebbe una capitolazione del genere? Al degrado sociale, civile cui ci porterà? Il diritto di sciopero diventa violazione della Repubblica fondata «sulla sovranità assoluta dell'iniziativa economica privata». I contratti nazionali firmati anche dai padroni, vanno nella spazzatura.

Cerchiamo di avere un po' di e memoria. Quando in Italia, nel primo dopoguerra, le crisi erano grosso modo a questo punto, 1'esito fu il fascismo. Ma pensano i nostri attuali governanti che si possa tornare agli anni '20? Non pensano che violenza e provoca violenza?

Pensano che le popolazioni del Mezzogiorno subiranno senza reagire il ricatto dell'abbandono e la localizzazione nel il Sud, già tanto provato, di nuovo lavoro schiavo?

La Cisl e la Uil hanno ceduto, subito la violenza accettandola come necessità. La Cgil e la Fiom resistono e fanno bene. La storia è dalla parte loro.

da l'Unità 9giu2010

 

«Mi iscrivo all’Anpi perché...» La carica dei giovani partigiani

di Gabriella Gallozzi

Antifascista. Che bella parola. E soprattutto non sa di «marmellata», come il pensiero unico che sta invischiando il nostro presente. Dice subito da che parte si sta. Quella giusta. Quella che scelsero in tanti, oltre sessant’anni fa, pagando anche con la vita, per fare di questo paese un luogo di libertà e democrazia. Ripartiamo da qui. Sono tanti, tantissimi e soprattutto giovani, infatti, i nuovi «antifascisti» che hanno scelto di essere «volontari per la democrazia» iscrivendosi all’Anpi, la storica associazione dei partigiani che, negli ultimi anni, ha aperto le porte anche a chi la Resistenza non l’ha vissuta. Un modo per passare il testimone alle nuove generazioni. Per continuare a far vivere la memoria, messa a rischio dalla scomparsa degli stessi protagonisti, oltre che dal violento revisionismo di regime. Una nuova Resistenza, dunque, alla quale si sono iscritti in oltre 110mila, almeno 20mila in più dell’anno scorso col titolo di «antifascisti», appunto. E che avrà il suo momento clou nella seconda Festa Nazionale dell’Anpi, dal 24 al 27 giugno ad Ancona: Italiani di Costituzione. Sul sito (www.anpifesta.org) stanno arrivando adesioni da tutta Italia e non solo. Mentre è continuo il flusso di richieste d’iscrizione all’Anpi. Chiedono come si fa, dove possono trovare la sede dell’Associazione. Ma soprattutto spiegano il perché. Cose «pratiche» come organizzare un’assemblea all’università di Teramo, per esempio, che chiede un ventitreenne per rispondere «alla violenza di squadristi fascisti» che hanno accoltellato tre giovani, nell’indifferenza collettiva. Oppure indignazione e «vergogna» per questa classe politica come scrive un cittadino di Salerno dopo aver ricevuto la lettera della Provincia in cui si dice che «i partigiani non hanno fatto nulla per liberare l’Italia dal nazi-fascismo. Ma sono stati gli americani». I PIÙ GIOVANI Tanti sono i ragazzi. C’è pure un quattordinenne che chiede un modo per mettersi «in contatto con qualcuno che mi racconti la sua Resistenza». Una ventottenne che «confessa» di aver scoperto l’esistenza dell’Anpi «guardando Annozero » e che desidera «confrontarsi con persone LIBERE, che riconoscono il valore della nostra COSTITUZIONE e intendono difenderla». Un trentenne, di Frosinone, che vorrebbe aprire lui una sede dell’Anpi perché «qui i ragazzi hanno preso una deriva destrorsa e fascistoide». Anche dall’estero sono tantissime le richieste. C’ è chi scrive dal Belgio, dalla Germania, dalla Spagna, dalla Svizzera. «Sono un’italiana “migrante”, figlia di migranti italiani», scrive Chiara, che chiede l’iscrizione perché «vorrei almeno dire a mio figlio di 6 anni che la mamma d’ora in poi cerca di dare un segnale, associandomi con persone giuste visto che da sola si combina poco». C’è poi chi lancia delle proposte per il futuro: «Sarebbe bello che quando qualcuno si iscrive - suggerisce Giorgio - gli venga affidato il nome di un partigiano così da prendere in carico la storia e la testimonianza del compagno che ci ha lasciato. Avremmo così tramandato alle nuove generazioni il ricordo e la storia di un uomo o una donna che non abbiamo conosciuto ma che ci ha liberato dal fascismo». E c’è ancora chi vorrebbe diventare «partigiano simpatizzante», come scrive un 54enne che vive a Bari: «è inutile stare a dire i motivi di questa scelta. Lo potrei fare per mio nonno, per mio padre, per mio zio, ma sono troppo vecchio per fare il romantico. E allora io dico: mi voglio iscrivere per me. Voglio in questo modo testimoniare il bisogno di appartenenza. O se vogliamo di assenza di figure e/o organizzazioni capaci di rappresentarmi». Desiderio di appartenenza, dunque. Andata delusa dall’universo politico. È questa la richiesta più sentita dai nuovi «antifascisti» che si raccolgono intorno all’Anpi. «Io e mio marito - scrive una coppia - custodiamo la gratitudine per tante donne e uomini che con il loro sacrificio ci hanno regalato la democrazia che persone indegne stanno cercando di toglierci. Abbiamo deciso di iscriverci all’Anpi per darvi forza. Crediamo che sia ora di una nuova resistenza contro la barbarie più sottile, ma non per questo meno pericolosa che pervade il nostro paese. Grazie per quello che fate». ROMA ggallozzi@unita.it




da IL SECOLO XIX 10 giu 2010

  

 

IL CAVALIERE E L’ALIBI DI CARTA

di Luigi LEONE

 

Riesce difficile non Catalogare le parole pronunciate ieri da Silvio Berlusconi come un. vero e proprio attacco alla Costituzione. Dire che «per governo e Parlamento fare le leggi è un inferno» a causa dell' architettura istituzionale significa mettere in discussione il presupposto sul quale si radica la democrazia di questo Paese.

E' una democrazia che, come nel resto del mondo, è basata sull’equilibrio dei poteri costituzionalmente riconosciuti e tutelati, in un gioco di pesi e contrappesi ai quali nessun Capo di Stato o di governo immagina di sottrarsi. A meno di non trovarsi in un "Paese dei fichi d'India", come ebbe adire l'Avvocato Gianni Agnelli con una delle sue battute al vetriolo.

Come ogni esito dell'attività umana, dunque, la Carta è certamente emendabile (essa stessa ne indica il percorso), migliorabile e aggiornabile, ma un leader politico che abbia piena consapevolezza del proprio ruolo - quindi, a maggior ragione un premier - non può presentare questa prospettiva come se stesse chiacchierando al bar.

Tutto orientato a catturare la benevolenza di una categoria, quella imprenditoriale, e per nulla attento alle ripercussioni di quel discorso.

Berlusconi, e non è neanche la prima volta (giusto una citazione: che non pagare le tasse è giustificabile, vista la pressione fiscale, può sostenerlo, e comunque a torto, un qualsiasi cittadino, non un primo ministro), è andato oltre i limiti ai quali è vincolato dal suo status. Limiti di forma. Ma anche di sostanza. Vediamo i fatti.

La tesi è che «non mancano le buone intenzioni e i buoni progetti, ma c'è un'architettura istituzionale che rende difficilissimo trasformarli in leggi compiute». Non si capisce, però, che cosa c'entri la Costituzione con tutti gli appuntamenti che finora il Cavaliere ha mancato: la riduzione delle tasse, la cancellazione delle Province, la semplificazione burocratica, la riforma della giustizia, il taglio del numero dei parlamentari, la realizzazione delle infrastrutture, il riordino dei conti pubblici, l'adeguamento del sistema previdenziale, il completamento della riforma del lavoro nella direzione di garantire più occupazione. L'elenco potrebbe a lungo continuare e sempre il Cavaliere muoverebbe la stessa obiezione, quella di cui parla - ieri per l'ennesima volta, di fronte all'assemblea della Confartigianato - fin dalla sua discesa in campo: «I tempi sono incredibili».

E allora parliamo dei tempi. Ad allungarli è la Costituzione, che banalmente fissa le linee generali alle quali il legislatore deve attenersi, o li allunga quello che lo stesso primo ministro ha definito, con una metafora riuscita, "il teatrino della politica?". Il quale, poi, si auto-alimenta nella sua innata dispersività quando un governo, a prescindere dalla sua colorazione politica, avanza proposte che sono incommestibili per l'opposizione.

Soprattutto, però: i tempi si accorciano attraverso un dialogo non preconcetto dentro il Parlamento, rispettando gli equilibri fissati dalla Costituzione, o si accorciano se a decidere è uno solo? E' su questo punto che Berlusconi dovrebbe fare chiarezza una volta per tutte, quando pone il problema di una revisione dell'architettura istituzionale. Modi e contenuti delle sue "sparate" sembrerebbero lasciare pochi dubbi sull'istintiva e convinta risposta che darebbe il premier, ritenendosi il campione (inter)nazionale del fare. Ma quella risposta non c'è se non nell'interpretazione terza delle sue parole. Che il Cavaliere può riconoscere o no secondo convenienza. Il dire e il negare è esercizio di comunicazione al quale il premier ci ha abituati, giocando sul mo di un' opacità che oggi, mentre chiede pesanti sacrifici agli italiani con la manovra (<<ma Tremonti ha deciso cose a mia insaputa e che non avrei voluto»), diventa lo strumento del Grande Alibi: ho fatto delle promesse, ma se non posso mantenerle la colpa è di chi si mette di traverso a colpi di Costituzione.

Il punto è che Berlusconi sulle riforme di cui sopra ci ha messo enfasi lessicale, ma non la medesima vigorosa dedizione che ha profuso, tanto per dire, sul falso in bilancio, su una regolamentazione annacquata del conflitto di interessi, sul processo breve, sulla non perseguibilità delle alte cariche fino a quando il loro mandato non è ultimato, sulla tivù digitale, sulla Rai. E, da ultimo, sulle intercettazioni telefoniche. Una legge che da mesi divora il tempo del Parlamento, che è invisa alla gran parte dell' opinione pubblica, che fa arretrare il diritto di vigilare sui poteri variamente declinati, e con esso la nostra democrazia, e che, tuttavia, oggi sarà approvata dal Senato con il voto di fiducia e arriverà a Montecitorio già blindata perché così vuole il Cavaliere.

E' singolare come ognuno degli argomenti che hanno impegnato le Camere, ben più delle emergenze manifestate dal Paese, riconducano a questioni che stanno direttamente a cuore al primo ministro. Al tirar delle somme, allora, il problema non è - diciamo pure non è solo - modificare la Costituzione. Il problema è governare. E governare bene.

 

LUIGI LEONE

 

da la Repubblica 4 giu 2010

 

La Merkel “taglia” l’esercito tedesco      

  
Misura-shock in tempi di crisi economica, via la leva obbligatoria

Di Andrea TARQUINI

 

 

BERLINO - Addio alle armi in nome dell'euro, del rigore targato Maastricht e del risanamento dei conti pubblici. L'attesa manovra tedesca, che sarà varata da domenica dal governo di centro destra di Angela Merkel, secondo tutte le anticipazioni avrà una forte riduzione delle spese militari e degli effettivi della Bundeswehr, cioè !'insieme delle forze armate federali, tra i suoi momenti prioritari e qualificanti. Il governo sarebbe pronto a rinunciare alla leva obbligatoria e a tagliare il totale degli effettivi delle forze armate di 50mila o addirittura di 100mila uomini, cioè dalle attuali 250 mila persone in servizio a 150-200 mila.

Lo strumento militare della prima potenza economica e politica europea, dunque, verrebbe drasticamente ridimensionato. Sono allo studio anche rinunce o tagli nei più importanti programmi di acquisto di nuovi armamenti, tutti concordati con gli alleati Nato. Vincere la pace, difendendo l'euro, per Berlino è molto più importante di ogni prontezza a emergenze di guerra.

Pur di tentar di risalire la china della popolarità (caduta ai minimi storici), e di rilanciare la sua leadership  e immagine in gravissima crisi, Angela Merkel e il suo governo sono dunque pronti ad accettare che le forze armate rischino quasi il declassamento a un esercito di serie B.

«La via dei risparmi più duri è una scelta senza alternative», afferma il giovane, popolare ministro della Difesa, il cristianosociale bavarese (Csu) barone Karl - Theodor zu Guttenberg.

«Chi antepone gli interessi politici del suo dicastero all' esigenza del rigore ci condanna a un drammatico fallimento».

Le scelte finali saranno prese dal governo domenica e lunedì.

Guttenberg ammonisce che «non possiamo permetterci alcun tabù, nessuna voce di spesa è intoccabile». E mette per primo sul piatto il bilancio militare.

I piani di tagli, se saranno confermati, declasseranno pesantemente la Germania unita sul piano della forza militare. Da paese che come totale degli effettivi sotto le anni non ha niente da invidiare alle due potenze atomiche europee della Nato, cioè Regno Unito e Francia, la Repubblica federale. scenderebbe a nazione con in fondo pochi soldati in più della Spagna. Non è tutto: primo, i tagli incideranno su equipaggiamento e addestramento, in una Nato dove in Europa già si sente il gap tra i livelli d'efficienza britannici - anni supermoderne a livello Usa, piena capacità di guerra internettiana e di interventi a grande distanza, ore d'addestramento a volte più che doppie che nel resto dell' alleanza - e quelli degli altri.

Secondo, si parla di chiusura di diverse caserme e basi, e di far calare la. scure sui programmi più ambiziosi. La Bundeswehr dovrebbe, solo per fare alcuni esempi, rinunciare al sistema antimissile Meads, ridurre di un quarto (da 60 a 45) gli aerei da trasporto AirbusA400M, rinunciare alla terza tranche di caccia multiruolo Eurofighter, costruiti insieme a Uk, Italia e Spagna.

Certo, la guerra fredda è finita da vent' anni; non ci sono più, da allora, ventidue divisioni dell'Armata rossa in Germania Est, Mosca è un partner a volte problematico ma attendibile, e a est dell' Oder e della Neisse la Polonia è un alleato affidabilissimo, anche sul piano militare. E infine ma non ultimo, il pacifismo (e la voglia di ritiro dall'Afghanistan) sono un umore maggioritario. Mai tagli potranno incidere a fondo sulla capacità tedesca di condurre missioni internazionali, da Kabul ai Balcani.

 

da LA STAMPA 2 giu 2010

 

Aerei blu 

di Massimo Gramellini

 

 

Nel giorno della parata militare lungo i Fori, oso sperare che nessuno sottovaluterà l’importanza dell’acquisto di centotrentuno cacciabombardieri F-35, centoventuno caccia Eurofighter e cento elicotteri NH90 da parte delle nostre Forze Armate. Con una certa malizia i Verdi fanno notare che lo scontrino complessivo di una spesa degna del set di «Apocalypse now» ammonta a 29 miliardi di euro, 5 in più della manovra (a proposito di apocalissi).


Ma tutti sappiamo che, oggi come oggi, senza un cacciabombardiere non si va da nessuna parte. Quindi lungi da noi l’idea populista di rinunciare al rombo dei motori guerrieri per tutelare lo stipendio di un impiegato pubblico o la sopravvivenza di un ente culturale. Però, forse, almeno un accenno a questa eventualità poteva essere fatto da chi ci governa. Anche solo come gesto di trasparenza e di cortesia: cari italiani, vi chiediamo di stringere la cinghia, però sappiate che i vostri sacrifici non saranno vani, perché dei cacciabombardieri così belli non li ha nessuno. Per non parlare degli elicotteri.


L’emozione sarebbe stata talmente forte che i dipendenti dello Stato avrebbero donato, se non l’oro (di cui al momento sono sprovvisti), i loro straordinari alla Patria, pur di consentirle di sfrecciare invitta e gloriosa nei cieli. E i poliziotti avrebbero sbandierato con orgoglio la mancanza di soldi per il carburante delle auto di servizio, con la tranquilla consapevolezza di chi sa che per combattere la mafia, stroncare la corruzione e proteggere i cittadini, nulla è più efficace di uno stormo di cacciabombardieri.

da l'Espresso 28 mag 2010

  

Noi contro la legge

di Umberto Eco

Le norme sulle intercettazioni. Il controllo dei tg della tv pubblica. E prima il lodo Alfano, i tagli alla scuola... Berlusconi trasforma le istituzioni un passo dopo l'altro, con lentezza. Perché i cittadini assorbano i cambiamenti come naturali. Così al colpo di Stato si è sostituito lo struscio di Stato

 

È nota la definizione della democrazia come sistema pieno di difetti ma di cui non si è ancora trovato nulla di meglio. Da questa ragionevole assunzione discende, per la maggior parte della gente, la convinzione errata che la democrazia (il migliore o il meno peggio dei sistemi di governo) sia quello per cui la maggioranza ha sempre ragione. Nulla di più falso. La democrazia è il sistema per cui, visto che è difficile definire in termini qualitativi chi abbia più ragione degli altri, si ricorre a un sistema bassamente quantitativo, ma oggettivamente controllabile: in democrazia governa chi prende più consensi. E se qualcuno ritiene che la maggioranza abbia torto, peggio per lui: se ha accettato i principi democratici deve accettare che governi una maggioranza che si sbaglia.


Una delle funzioni delle opposizioni è quella di dimostrare alla maggioranza che si era sbagliata. E se non ce la fa? Allora abbiamo, oltre a una cattiva maggioranza, anche una cattiva opposizione. Quante volte la maggioranza può sbagliarsi? Per millenni la maggioranza degli uomini ha creduto che il sole girasse intorno alla terra (e, considerando le vaste aree poco alfabetizzate del mondo, e il fatto che sondaggi fatti nei paesi più avanzati hanno dimostrato che moltissimi occidentali ancora credono che il sole giri) ecco un bel caso in cui la maggioranza non solo si è sbagliata ma si sbaglia ancora. Le maggioranze si sono sbagliate a ritenere Beethoven inascoltabile o Picasso inguardabile, la maggioranza a Gerusalemme si è sbagliata a preferire Barabba a Gesù, la maggioranza degli americani sbaglia a credere che due uova con pancetta tutte le mattine e una bella bistecca a pasto siano garanzie di buona salute, la maggioranza si sbagliava a preferire gli orsi a Terenzio e (forse) si sbaglia ancora a preferire "La pupa e il secchione" a Sofocle. Per secoli la maggioranza della gente ha ritenuto che esistessero le streghe e che fosse giusto bruciarle, nel Seicento la maggioranza dei milanesi credeva che la peste fosse provocata dagli untori, l'enorme maggioranza degli occidentali, compreso Voltaire, riteneva legittima e naturale la schiavitù, la maggioranza degli europei credeva che fosse nobile e sacrosanto colonizzare l'Africa.



In politica Hitler non è andato al potere per un colpo di Stato ma è stato eletto dalla maggioranza, Mussolini ha instaurato la dittatura dopo l'assassinio di Matteotti ma prima godeva di una maggioranza parlamentare, anche se disprezzava quell'aula «sorda e grigia». Sarebbe ingiusto giocare di paradossi e dire dunque che la maggioranza è quella che sbaglia sempre, ma è certo che non sempre ha ragione. In politica l'appello alla volontà popolare ha soltanto valore legale ("Ho diritto a governare perché ho ricevuto più voti") ma non permette che da questo dato quantitativo si traggano conseguenze teoriche ed etiche ("Ho la maggioranza dei consensi e dunque sono il migliore").

 
In certe aree della Sicilia e della Campania i mafiosi e i camorristi hanno la maggioranza dei consensi ma sarebbe difficile concluderne che siano pertanto i migliori rappresentati di quelle nobilissime popolazioni. Recentemente leggevo un giornalista governativo (ma non era il solo ad usare quell'argomento) che, nell'ironizzare sul caso Santoro (bersaglio ormai felicemente bipartisan), diceva che costui aveva la curiosa persuasione che la maggioranza degli italiani si fosse piegata di buon grado a essere sodomizzata da Berlusconi. Ora non credo che Berlusconi abbia mai sodomizzato qualcuno, ma è certo che una consistente quantità di italiani consente con lui senza accorgersi che il loro beniamino sta lentamente erodendo le loro libertà. Erodere le libertà di un paese significa di solito mettere in atto un colpo di Stato e instaurare violentemente una dittatura. Se questo avviene, gli elettori se ne accorgono e, se pure non hanno la forza di zione di colpo di Stato che è con lui cambiata. Al colpo di Stato si è sostituito lo struscio di Stato. All'idea di una trasformazione delle strutture dello Stato attraverso l'azione violenta il genio di Berlusconi è stato ed è quello di attuarle con estrema lentezza, passettino per passettino, in modo estremamente lubrificato.

 

Pensate alla inutile violenza con cui il fascismo, per fare tacere la voce scomoda di Matteotti, ha dovuto farlo ammazzare. Cose da medioevo. Non sarebbe bastato pagargli una buona uscita megagalattica (e tra l'altro non con i soldi del governo ma con quelli dei cittadini che pagano il canone)? Mussolini era davvero uomo rozzissimo. Quando una trasformazione delle istituzioni del Paese avviene passo per passo, e cioè per dosi omeopatiche, è difficile dire che ciascuna, presa di per sé, prefiguri una dittatura - e infatti quando qualche cassandra lo fa viene sbertucciata. Il fatto è che per un nuovo populismo mediatico la stessa dittatura è un sistema antiquato che non serve a nulla. Si possono modificare le strutture dello Stato a proprio piacere e secondo il proprio interesse senza instaurare alcuna dittatura.

Si può dire che il lodo Alfano prefiguri una tirannia? Sciocchezze. E calmierare le intercettazioni attenta davvero alla libertà d'informazione? Ma suvvia, se qualcuno ha delitto lo sapranno tutti a giudizio avvenuto, e l'evitare di parlare in anticipo di delitti solo presunti rispetta se mai la privatezza di ciascuno di noi. Vi piacerebbe che andasse sui giornali la vostra conversazione con l'amante, così che lo venisse a sapere la vostra signora? No, certo. E se il prezzo da pagare è che non venga intercettata la conversazione di un potente corrotto o di un mafioso in servizio permanente effettivo, ebbene, la nostra privatezza avrà bene un prezzo. Vi pare nazifascismo ridurre i fondi per la scuola pubblica? Ma dobbiamo risparmiare tutti, e bisogna pur dare l'esempio a cominciare dalle spese collettive. E se questo consegna il paese alle scuole private? Non sarà la fine del mondo, ce ne sono delle buonissime. È stalinismo rendere inguardabili i telegiornali delle reti pubbliche? No, se mai le vecchie dittature facevano di tutto per rendere la radio affettuosissima. Ma se questo va a favore delle reti private? Beh, vi risulta che Stalin abbia mai favorito le televisioni private?


Ecco, la funzione dei colpi di Stato striscianti è che le modificazioni costituzionali non vengono quasi percepite, o sono avvertite come irrilevanti. E quando la loro somma avrà prodotto non la seconda ma la terza Repubblica, sarà troppo tardi. Non perché non si potrebbe tornare indietro, ma perché la maggioranza avrà assorbito i cambiamenti come naturali e si sarà, per così dire, mitridatizzata. Un nuovo Malaparte potrebbe scrivere un trattato superbo su questa nuova tecnica dello struscio di Stato. Anche perché di fronte a essa ogni protesta e ogni denuncia perde valore provocatorio e sembra che chi si lamenta dia corpo alle ombre. 


Pessimismo globale, dunque? No, fiducia nell'azione benigna del tempo e della sua erosione continua. Una trasformazione delle istituzioni che procede a piccoli passi può non avere tempo per compiersi del tutto, a metà strada possono avvenire smandrappamenti, stanchezze, cadute di tensione, incidenti di percorso. È un poco come la barzelletta sulla differenza tra inferno tedesco e inferno italiano. In entrambi bagno nella benzina bollente al mattino, sedia elettrica a mezzogiorno, squartamento a sera. Salvo che nell'inferno italiano un giorno la benzina non arriva, un altro la centrale elettrica è in sciopero, un altro ancora il boia si è dato malato… Tagliare la testa al re o occupare il Palazzo d'Inverno è cosa che si fa in cinque minuti. Avvelenare qualcuno con piccole dosi d'arsenico nella minestra prende molto tempo, e nel frattempo chissà, vedrà chi vivrà. Per il momento, resistere, resistere, resistere.

(27 maggio 2010)

 

scuola laica ed ora di religione


 Una riflessione sulla sentenza del Consiglio di Stato che annovera la religione come materia che concorre al credito scolastico

di Valeria GHISO   12mag2010

 

Da oggi sappiamo che in Italia la laicità si può pagare a caro prezzo.
Una sentenza del Consiglio di Stato del 7 maggio 2010 dichiara che la Religione come disciplina del curricolo da quest'anno concorrerà alla determinazione del credito scolastico. Il Consiglio si dilunga in una disquisitoria sul fatto che ciò non porterebbe a nessuna discriminazione, dal momento che gli alunni possono anche scegliere le attività alternative.
Se tutto questo è giuridicamente ineccepibile, non lo è all'evidenza dei fatti. Nella scuola italiana , salvo pochissime eccezioni, l'alternativa all'insegnamento della religione non esiste,in primo luogo perchè mancano le risorse umane e finanziarie e in secondo luogo perchè fino ad oggi genitori e studenti hanno fatto largo uso della loro libertà, decidendo in piena coscienza di non voler frequentare né l'ora di religione né l'ora alternativa.
Il fatto che d'ora innanzi uno studente possa aumentare la media dei voti e quindi il credito scolastico, semplicemente frequentando un'ora di religione, è scandaloso, perchè di fatto viene meno la libertà delle famiglie e degli studenti che magari per poter accedere a borse di studio e votazioni più alte all'esame di stato, sarebbero di fatto obbligati a scegliere di frequentare questa materia.
Anche l'obiezione di chi sostiene che la valutazione di questa disciplina è graduata non regge. Basterebbe farsi un giro per consultare i tabelloni degli scrutini finali esposti a giugno negli istituti scolastici, per rendersi conto che la stragrande maggioranza di studenti merita il massimo del punteggio. Il sospetto che ci sia una sorta di gratificazione per chi resta tra i banchi di scuola invece di usufruire del diritto di scelta è quantomeno plausibile.
Al di là di queste considerazioni più didattiche resta il grosso nodo del rispetto della laicità nella scuola pubblica che viene spesso messa in discussione anche contro le direttive europee come è successo per l'esposizione del crocifisso nelle aule.
La storia di questo paese evidenzia in ogni sua fase come il rapporto tra stato laico e confessione religiosa sia stato spesso mal gestito, nonostante anche la nostra Costituzione affermi in maniera chiara e inequivocabile la piena autonomia dello Stato rispetto alla Chiesa .
Oggi che anche l'Italia è diventata un paese multiculturale che esprime nelle nostre scuole sensibilità diverse e più confessioni religiose , ci si aspetterebbe da un governo attento e responsabile che le libertà costituzionali venissero rispettate e non calpestate ogni giorno attraverso provvedimenti che non fanno altro che aumentare le diversità e le distanze culturali tra i cittadini.

da "Libertà & Giustizia" il "LIBRO NERO DELLA DEMOCRAZIA"


Gustavo Zagrebelsky
- presidente dell'Associazione Libertà & Giustizia - ha presentato il libretto: è una fredda ricostruzione storica dove viene evidenziata  <<l'intenzione di distruggere gli equilibri costituzionali in favore dell'accentrarsi in poche mani del potere di comando>>. "Oggi siamo a un bivio: o questa china, o la difesa e la rivitalizzazione della Costituzione che abbiamo".

Nella ricostruzione storica di 22 mesi di legislatura si tirano le somme del IV° governo Berlusconi, con l'intento di fornire materiale di riflessione sull' emergenza democratica in corso.

Le leggi approvate dal Parlamento sono state 145 (6,43 al mese) di cui 53 decreti, quasi un terzo del totale.
Una pioggia di atti d'urgenza che hanno coperto tutte le materie senza mai essere significativamente modificati dal Parlamento.
Per il resto Camera e Senato hanno approvato solo leggi comunitarie, di bilancio e ordinarie. Delle quali, oltretutto, solo 19 nate su loro iniziativa. Un misero 13,1 per cento.


Altro termometro del costante aggiramento del Parlamento è il ricorso alla fiducia:

ben 30 volte in due anni scarsi di governo. Il doppio di quanto fatto dall'ultimo esecutivo Prodi (che oltretutto aveva una maggioranza ben più risicata).


"Un quadro stupefacente: così si distruggono gli equilibri costituzionali".

per consultare Il "Libretto" cliccare sul seguente Link: 

http://www.libertaegiustizia.it/upload/Libretto_nero.pdf